La visione “occidentocentrica”

Ci sono molte preoccupazioni nella vita di una persona comune, l’uomo medio ha grossomodo tutta una serie di pensieri più o meno pressanti, aspetti lavorativi, relazionali, familiari, di salute; questioni pratiche della vita quotidiana, relative alla gestione del proprio corpo, delle proprie finanze, alla cura dei propri affetti e via dicendo.

Quando si pensa ad uno stile di vita nella media il modello di riferimento è, almeno per noi, più o meno sempre lo stesso: lavoro, famiglia, studio, casa, viaggi, salute, relazioni sentimentali, amici, sport, più tutto un insieme di interessi e passatempi da coltivare nel tempo libero. Chi pensa a che vestito indossare per la giornata, chi a come investire i soldi guadagnati nei beni di consumo di cui necessita, chi pianifica le future vacanze, chi tenta di mettersi in forma seguendo diete ipocaloriche, chi ancora è alle prese con problematiche di varia natura: malattie, precarietà economica e lavorativa, difficoltà personali, familiari, sociali.

Per quanto coinvolti in tutta una serie di faticose e dolorose prove ogni giorno e senza ignorare gli aspetti più controversi e contradditori della “Società del benessere”, il target di riferimento (per ciò che riguarda la qualità della vita) rimane – logicamente – quello dell’uomo occidentale, e questo non per aprire a una facile retorica moralista/qualunquista, quanto piuttosto per evidenziare come, in un mondo globalizzato che tende progressivamente ad occidentalizzarsi, l’aspetto citato divenga sempre più espressione di una soglia minima di sussistenza “esistenziale”, sotto la quale non può dirsi “Vita”.

Vuoi perché si è automaticamente esclusi al di fuori di determinati standard, vuoi perché si è arrivati a costruire un sistema di Welfare e consumo dove molti bisogni di cura e benessere prima insoluti sono ora generalmente assolti. Basti pensare all’attuale condizione pandemica ed allo scarto, in termini storici, politici ed etici, fra la dedizione alla tutela della salute dei giorni nostri e quella dimostrata in passato, giustificabile ovviamente in virtù del progresso sia sul piano scientifico sia su un piano civile in senso lato.

Il continente visto da lontano

C’è però un continente che all’occidentale medio appare inevitabilmente come lo specchio dell’arretratezza, un continente per il quale il modello consumistico di riferimento non fa testo, un continente guardato da lontano, talvolta con pena, talvolta con sufficienza e disprezzo, ma pur sempre relegato al ruolo di “altro” da me, di fanalino di coda del mondo.

Più di tutti il continente africano incarna l’esempio di società alternativa, quel paese ancora in via di sviluppo e privo di autonomia, di una propria autorevolezza. L’Africa nella sua stereotipizzazione viene empatizzata e osservata con l’occhio tenero di chi sperimenta un sentimento compassionevole condito da un fisiologico distacco, se non quando gli effetti di complessi fenomeni sociali ad essa connessi, quale quello migratorio, ci tocchino da vicino.

La fame, le malattie, la guerra, la povertà, l’Africa sembra un continente fermo, sembra, appare e viene raccontato come un malato in stato vegetativo; non è proprio così però, l’Africa è al momento una realtà dinamica. Potrebbe dirsi che l’Africa è la rappresentazione più fedele e tangibile del Caos, sventrata e lasciata a se stessa, uno scenario distopico in continuo mutamento nel quale è difficile trovare un filo conduttore.

Dopo più di un secolo di colonialismo ed espropriazione, dopo gli equilibri dettati dalla Guerra Fredda e la fine della contrapposizione fra i blocchi, i Paesi occidentali sono passati dal ruolo di carnefici/oppressori al ruolo di garanti/liberatori in modo ambiguo e discutibile. A tal proposito le Nazioni Unite con altre organizzazioni di stampo umanitario non sono sempre state al di sopra di ogni sospetto nei conflitti africani, in più di un’occasione è stato infatti difficile fare luce su alcuni aspetti, ad esempio sul numero di morti che servivano a giustificare ingressi e missioni di pace. Fu il caso della Guerra in Darfur e della relativa mobilitazione #SaveDarfur, volta a sensibilizzare la comunità internazionale accusando il regime di Khartoum di aver provocato almeno un milione di morti, in particolar modo fra i civili.

 <<Da quel momento cessò alcun tipo di chiarezza sulle stime ufficiali del conflitto>>[1], a seconda delle fonti il conteggio variava di milioni di unità. Sebbene eticamente e moralmente ogni singola vittima legittimi in termini ideali il ricorso a misure di protezione, non è così dal punto di vista pratico e tantomeno secondo il meccanismo di innesco della complicata macchina d’azione dell’intervento umanitario, a cui tocca distinguere fra guerre di serie A e guerre di serie B, una spettacolarizzazione dietro la quale si celano anche interessi politici.

Guerre sullo sfondo riportate sommariamente e in maniera altalenante dai media occidentali, in un momento con esaltazione e grande sdegno, in un altro con trafiletti anonimi ai margini della cronaca.  La Corte penale Internazionale per ragioni simili attenziona quasi esclusivamente i casi africani e il tutto concorre a rafforzare lo stigma del continente nella sola ottica di paese arretrato e guerrafondaio, finendo per innervosire alcune fra le stesse nazioni africane, come il Sudafrica uscito dalla Corte Penale Internazionale nel 2017.

Inoltre la presenza di contingenti occidentali in alcune zone, pensiamo alla Liberia liberata degli anni duemila, oltre ad acuire lo scarto percepito fra le condizioni e la qualità di vita degli operatori di pace e quella dei civili -“quelli con le belle macchine”, così venivano chiamati nel documentario Ombre Africane di Silvestro Montanaro i membri delle Nazioni Unite presenti sul territorio-, non ha fatto cessare gli interessi imprenditoriali più o meno legittimi delle multinazionali e aziende estere sul territorio africano, di fronte a poche opportunità concrete di miglioramento della condizione sociale ed economica della popolazione.

Warlords: Signori della Guerra

Warlords, ovvero “Signori della Guerra”, sorta di imprenditori armati che sono sovente il prodotto della necessità degli Stati africani di legarsi a reti criminali per assicurarsi basi più solide, senza poi avere la capacità di gestirne gli effetti; scrive William Reno: <<i Signori della guerra considerano come loro priorità il controllo e l’espansione di reti informali di commercio clandestino mediante lo strumento della violenza politica>>[1], è solo uno dei tanti fenomeni che si sovrappongono nel continente nero, ma rimane fondamentale per capirne le dinamiche e ripercorrere i trent’anni trascorsi.

Parlare di conflitti e guerre nel continente africano è scontato. A 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, mentre intere generazioni in Occidente sono cresciute senza vivere direttamente un conflitto, in tempi di deterrenza nucleare, in Africa questi sono continuati, caratterizzati dall’eterogeneità delle forze in gioco e dall’uso prevalente di armi leggere. Terrorismo jihadista, trafficanti, gruppi armati, eserciti paraufficiali, mercenari, influenze dei paesi occidentali, contingenti militari ONU.

Un mix complesso nel quale può accadere che stati e governi locali siano inconsistenti, raffazzonati, troppo deboli per intendersi quale forza autorevole, ritrovandosi al servizio di terzi. Ne scrive lucidamente Mario Giro, ex vice-ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, nel suo Guerre Nere: <<è il caso delle alleanze con pezzi di economia informale e/o criminale che in alcuni casi portarono le istituzioni a disgregarsi quasi del tutto. Al loro posto sorsero “cartelli di interesse”, WarLords appunto. Una forma, più adattata ai tempi, di controllo del territorio e delle sue risorse>>[2].

<<Dopo la Guerra Fredda il mantra internazionale era “liberalizzare e competere”, diventava possibile accedere al potere creando alleanze fuori dalle regole, per accaparrarsi le risorse e partecipare alla rete globale del mercato. Da qui fenomeni ibridi. Manipolare il ricorso alla violenza; legarsi a commerci criminali o alle loro linee di trasporto o reti di smercio; reclutare popolazione in base al malcontento verso le élite che non redistribuiscono più; competere in termini di costo del lavoro utilizzando schiavi o servi; inserirsi nel mercato delle materie prime per canali paralleli: con la globalizzazione tutto era possibile. La lotta politico-militare divenne così parte di una strategia di sopravvivenza e alla fin fine una vera e propria forma di imprenditorialità>>[3].

Guerre per il potere politico economico e territoriale, per le risorse preziose, i minerali, l’oro, il coltan, i diamanti, il petrolio, in molti casi mistificate da narrazioni approssimative che abusano dell’etichetta di conflitto etnico, senza andare in profondità nella tradizione africana, <<più mobile e legata alle dinamiche dei ceti sociali, connessa ad ascendenze e lignaggi, con l’influenza dell’ambito “mistico” nel contesto>>[4] laddove si intende la terra come luogo dell’identità/sopravvivenza e non come territorio politico-sovrano, e senza vederne le varie strumentalizzazioni. I Signori della Guerra hanno infatti sfruttato la tradizione africana per promuovere il reclutamento di uomini, improvvisandosi spesso leader mistico-religiosi.

Guerre etnico comunitarie dietro alle quali si arrovellano interessi secondari di natura prevalentemente economica, due sviluppi paralleli legati da una subdola strumentalizzazione. Questo fenomeno è stata l’ovvia conseguenza di una privatizzazione dell’evento bellico su scala globale che, per quanto siano sempre esistite forme di violenza sussidiaria a quella patrocinata dallo Stato-Nazione, ha visto aumentare negli ultimi decenni l’uso dei mercenari anche da parte degli stati occidentali.

Nei conflitti in altri paesi del mondo s’intende, un fatto sostanzialmente tenuto sotto traccia per non intaccare il carattere “pubblico” dell’utilizzo della forza, talvolta stemperato con una contrattualistica particolare che rendesse più formali i rapporti fra le grandi potenze e queste compagini militari private (come nel caso dei contractors durante la Guerra del Golfo, un epiteto apposito ideato dagli USA e affibbiato ai mercenari) aventi l’obiettivo di mantenere l’ordine di fronte a istituzioni carenti, securizzare zone di interesse petrolifero, proteggere un campo di rifugiati o l’attività di una Ong internazionale.

Il signore della Guerra – Charles Taylor

Similmente a quanto detto sopra è successo che Signori della guerra locali nei paesi africani abbiano condotto proprie milizie con il fine però di attentare al potere statale e sostituirvisi, il caso più emblematico è quello di Charles Taylor e del suo NPFL (National Patriotic Front of Liberia). L’inviato speciale Massimo Alberizzi, che si è occupato di Africa dall’87 in poi -di stanza nei paesi del conflitto-, ha fornito importanti riferimenti in un suo articolo datato luglio 2003[1], dal quale è opportuno attingere -assieme ad altre fonti- per raccontare la storia del più celebre Signore della guerra:

nato nel 1949 da padre discendente dagli schiavi americani liberati e “rimpatriati” in Liberia e da madre indigena di etnia gola, Charles Taylor si forma negli Stati Uniti all’università di Waltham in Massachusetts, dove si laurea in economia. Torna in Liberia diventando alto funzionario delle finanze del governo del dittatore Samuel Doe, che pochi giorni prima aveva giustiziato l’élite dominante sulla spiaggia della capitale Monrovia e che, nonostante il bagno di sangue perpetrato in patria, venne ricevuto nel 1982 in pompa magna alla Casa Bianca da un raggiante Ronald Reagan.

E’ in questo periodo che viene soprannominato “superglue” ovvero “supercolla” perché – sostengono i suoi detrattori – il denaro gli resterebbe attaccato alle dita. Accusato da Doe di essersi appropriato indebitamente di una consistente somma di denaro fugge e torna negli USA, dove però, a causa di un mandato di cattura internazionale, finisce per essere arrestato, riesce infine ad evadere dalla cella dopo un’attenta pianificazione calandosi dalla finestra con lenzuola annodate. Trama che ben si addice al personaggio controverso, infittita dalla nube del dubbio circa responsabilità, sostegno e interessi USA nella sua fuga, sia per le circostanze curiose sia per le potenziali motivazioni di parte dell’establishment americano che aveva nella Liberia un importante avamposto strategico in Africa e ormai mal gradiva il governo di Samuel Doe e il suo cerchiobottismo fra Est ed Ovest in piena Guerra Fredda.

Come era inviso, per altri motivi, il Presidente del Burkina Faso di quel periodo Thomas Sankara (autore di una serie di politiche di stampo socialista), assassinato -secondo teorie cospirazioniste- per delicati equilibri internazionali. E’ il 1985 e per i quattro anni successivi Charles Taylor si ritrova a girare tra Tripoli (divenne uno dei protetti di Gheddafi), Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e il nord della Costa D’Avorio dove in un campo segreto addestra, assieme al sierraleonese Foday Sankoh (anche lui diventerà un famoso capo ribelle), gruppi di miliziani.

Il giorno di Natale del 1989 con il Fronte Nazionale Patriottico liberiano (l’NPFL) lancia il primo attacco alla Liberia e in breve tempo, tra atrocità, orrori e massacri, si impadronisce del potere ai danni dell’ex “amico” Samuel Doe

Riuscì a farsi eleggere presidente nel 1997 in un paese allo stremo con “libere elezioni” e un 70% di preferenze, dopo aver terrorizzato la popolazione civile via radio ed essersi presentato con una campagna fatta di slogan autoreferenziali e inquietanti, “è vero, ho distrutto la Liberia, ma datemi la possibilità di ricostruirla” e ancora striscioni elettorali recitanti “Taylor ha ucciso mia madre, ha ucciso mio padre, ma lo voterò comunque”. Ebbe un ruolo di primo piano nel conflitto Sierraleonese, iniziato nel 1991 e terminato dieci anni più tardi, per via dell’alleanza con il già citato Foday Sankoh (fondatore del RUF, Fronte Rivoluzionario Unito).

In quel frangente il signore della guerra Charles Taylor, pur senza mettere piede nel paese confinante, si macchiò di numerosi crimini: pianificò, incoraggiò ed aiutò efferati omicidi, mutilazioni, arruolamento di soldati-bambini, stupri, fornendo assistenza materiale e militare (armi, detta senza giri di parole) al Fronte Rivoluzionario Unito, gruppo armato ribelle della Sierra Leone (che meriterebbe un approfondimento a parte in merito alla sua genesi ed al suo sviluppo, data la complessità della questione), una collaborazione dove le monete di scambio erano le armi e i famigerati blood diamonds, diamanti insanguinati riciclati ed esportati su larga scala come liberiani, ma provenienti in molti casi da miniere-carceri in Sierra Leone dove venivano adoperati gli schiavi del RUF, in una fitta rete di traffico internazionale e denaro sporco, per ampliare il proprio arsenale militare (ricevendo armi ucraine di contrabbando per esempio), irrobustire le alleanze e promuovere il controllo politico-territoriale.

In questa triste storia fatta di potere, sangue, denaro e armi, c’è spazio anche per un siparietto “glamour”, a testimonianza dei paradossi e delle contraddizioni che la caratterizzano: alcuni fra i diamanti incriminati vennero regalati dallo stesso Taylor alla modella Naomi Campbell, la quale, chiamata a testimoniare presso il tribunale dell’Aja nell’agosto del 2010, ammise di aver ricevuto qualche “piccola pietra”, in Sudafrica, nel corso di una manifestazione organizzata dalla Fondazione Nelson Mandela. Era il 1997 e Taylor si era da poco insediato come presidente della Liberia, la testimonianza della Campbell verrà smentita successivamente dall’attrice Mia Farrow, in relazione ad una confidenza fattale dalla stessa modella, che sosteneva invece trattarsi di un diamante del tipo dei blood diamonds.

Con l’avvento del nuovo millennio cambiarono gli assetti politici e Taylor si ritrovò senza più i favoritismi dell’amministrazione americana e senza l’appoggio del neo presidente George W. Bush -che varò una stretta ai diamanti provenienti dalla Liberia colpendo una delle principali entrate di Monrovia- si consumò una violenta guerra civile non senza perplessità su possibili infiltrazioni americane all’interno delle fazioni ribelli.

Il Tribunale internazionale costituito ad hoc dall’Onu lo incriminò (primo presidente in carica) per “crimini contro l’umanità”. Il mandato di cattura lo raggiunse ad Accra, in Ghana, dove si trovava per i rituali colloqui di pace, in quella circostanza per la paura di essere arrestato tornò precipitosamente a Monrovia e a Obasanjo, in Nigeria, dove gli fu offerto asilo e chiese esplicitamente che le accuse nei suoi confronti venissero fatte cadere.

Venne poi estradato e nel 2007 iniziò il processo a suo carico presso la Corte del Tribunale dell’Aja, nel 2012 il Tribunale speciale per la Sierra Leone decretò la sua colpevolezza infliggendogli la pena di 50 anni di reclusione, pena da scontare in un carcere del Regno Unito, la prima mai emessa dalla giustizia internazionale contro un ex capo di stato (a 66 anni dalla fine del Processo di Norimberga che pose le basi per la creazione della Corte Penale Internazionale). Sentenza attesa con ansia nella lontana Freetown, capitale della Sierra Leone.

<<“L’accusato è responsabile di aver aiutato e incoraggiato, così come di aver pianificato, alcuni dei crimini più odiosi della storia dell’umanità”, ha detto con tono solenne il giudice Richard Lussick, originario di Samoa, nell’aula del tribunale speciale a Leidschendam, periferia dell’Aja, mentre Taylor assisteva impassibile, abito scuro e cravatta gialla. “Gli effetti di questi crimini sulle famiglie delle vittime, ma anche sulla società in generale, sono stati devastanti”, ha aggiunto il magistrato, sottolineando che la corte “ha visto numerosi sopravvissuti piangere nel corso delle loro testimonianze”>>[2] questo riportava il giornalista Alessandro Oppes nei giorni seguenti.

La ricchezza come condanna

La logica dei Signori della guerra è notevolmente cambiata nel corso degli anni, oggi i cartelli criminali hanno piuttosto l’obiettivo di <<vendersi al migliore offerente, offrire servizi di protezione e acquisire risorse locali senza prendersi responsabilità di governo, ma approfittando della ricchezza e delle opportunità offerte dal “mercato”>>[1], naturale evoluzione del fenomeno in un mondo iperglobalizzato.

Charles Taylor è stato indubbiamente il più rilevante esempio di Signore della Guerra “vecchio stile” e la sua storia, come tutti i fatti qui descritti, ha ispirato anche la cinematografia hollywoodiana, nei film Blood Diamond e Lord of War viene raccontato seppur in forma romanzata, ma verosimile, lo scenario del conflitto in Liberia e Sierra Leone durante gli anni ‘90 con i relativi episodi e protagonisti.

Le miniere diamantifere di Liberia e Sierra Leone e la ricchezza mineraria del territorio facevano presagire che in un secondo tempo, con un commercio legalizzato e una regolamentazione seria, l’indotto scaturito dall’attività di estrazione sarebbe stata una fonte di guadagno per le due nazioni, tuttavia questa speranza si è dovuta scontrare con la dura realtà, per la quale un potenziale profitto in favore dei locali è rimasto appannaggio di pochi, soliti (ig)noti, potenti interessi stranieri. Finanche imprenditori camuffati da inviati delle Nazioni Unite fra sanzioni farlocche, concessioni vantaggiose per i blocchi petroliferi in favore delle grandi potenze, regole da aggirare e scavi secretati[2].

In una scena di Blood Diamond, il film diretto da Edward Zwick, avviene un singolare scambio di opinioni fra il protagonista e l’abitante di un villaggio (da poco raso al suolo) della Sierra Leone, nel dialogo quest’ultimo si augura che non venga trovato petrolio in quel territorio per paura che quella si riveli quale ennesima fonte di oppressione. Metaforicamente quella riflessione è il senso dell’inquietudine di tutta l’Africa subsahariana depauperata, l’assurdo e paradossale destino di dover convivere con le proprie ricchezze senza mai goderne, come se fossero, nei fatti lo divengono, il peggiore dei mali.


Bibliografia:

  • Alberizzi Massimo, “Taylor ha ucciso mio padre, ha ucciso mia madre ma io voto per lui”, in <<Africa Express quotidiano online>>, Monrovia, 6 luglio 2003.
  • Costa, M., Costa, N., All’Aja inizia il processo al Signore della Guerra Charles Taylor, in <<Eurobull>>, 13 giugno 2007.
  • Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020.
  • Oppes, A., Charles Taylor, il carcere è per sempre, in <<Il FattoQuotidiano>>, 31 maggio 2012.
  • Reno, W., Warlord politics and African States, Boulder, 1998.

Sitografia:

Filmografia:

  • Niccol, A., Lord of War, 2005.
  • Zwick, E., Blood Diamond, 2006.

Foto presa da: https://www.osservatoriodiritti.it/2017/04/04/le-armi-che-devastano-l-africa/


[1] Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020, p.34.

[2] Montanaro, S., Ombre Africane, in <<C’era una volta>>, Rai, seconda puntata, 2009.


[1] Alberizzi Massimo, “Taylor ha ucciso mio padre, ha ucciso mia madre ma io voto per lui”, in <<Africa Express quotidiano online>>, Monrovia, 6 luglio 2003.

[2] Oppes, A., Charles Taylor, il carcere è per sempre, in <<Il FattoQuotidiano>>, 31 maggio 2012.


[1] Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020, p.22.

[2] Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020, p.26.

[3] Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020, p.26.

[4] Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020, p.17.


[1] Giro, M., Guerre Nere: guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati, Milano, 2020, p.29.

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Sono un Assistente Sociale e nel corso degli studi mi sono formato all'interno dei Servizi per le dipendenze, campo nel quale ho lavorato durante gli ultimi tre anni in una struttura semi-residenziale e sull'unità mobile associata. Amante della Sociologia, della Storia e della Filosofia; appassionato di cinema e affascinato dalla scrittura in quanto forma di comunicazione e veicolo del sapere. Cultore del calcio come rito di fondo ed evasione, dove può accadere "che quando meno te l'aspetti un nano impartisca una lezione ad un gigante". Ansia da DSM ed allergia alle idee di competizione e prestazione, ai falsi miti del consumismo e della società del capitale, pur essendone (più o meno consapevolmente) parte attiva come tutti.

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