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The Social Network

Le prime reazioni

Quando una decina di anni fa circa Facebook era ormai entrato a far parte della nostra quotidianità e il termine social media si era imposto di diritto nell’immaginario collettivo, uno dei dibattiti più frequenti riguardava l’intendersi di questo nuovo “strumento” di comunicazione come tale. Uno strumento da usare in modo più o meno consapevole: di fronte a chi ostinatamente rifiutava di aderire alla nuova rete sociale con atteggiamento da “luddista” della prima ora, molti rinfacciavano la dimensione di mezzo digitale (atto a diversi scopi).

In risposta all’iniziale rigetto di una ristretta parte della comunità per diversi motivi – tra i quali la bassa qualità contenutistica, l’apparire come nuovo idolo della contemporaneità, le premonizioni sui meccanismi di dipendenza e di ricerca del consenso che non facevano presagire nulla di buono – c’era chi usava il network in modo più leggero e divertente, chi insomma si adeguava al suo lato ludico, e chi altri ancora inneggiava ad un suo uso critico.

In fondo questa nuova piattaforma virtuale costituiva uno spazio libero di confronto dove ciascun utente poteva intervenire, sostenere tesi, confutare opinioni, dove si mantenevano gli elementi dell’Internet libero e accessibile a tutti che ne avevano fatto la fortuna fra forum e blog di varia natura. D’altronde lo stesso strumento consentiva di recuperare rapporti con persone lontane, di trovare contatti utili, di facilitare lo scambio di contenuti e mille altre cose, divenendo uno spazio di riappropriazione identitaria inizialmente più vicino alla generazione dei millenials e che in qualche maniera, più o meno velatamente, si proponeva (come il web in generale) quale alternativa a quel modello televisivo appannaggio di vecchie logiche e dominato da schemi direttivi, antidialogici per definizione, non interattivo, dove lo spettatore subiva passivamente un messaggio unidirezionale.

Nel Social al contrario, e in apparenza, nessuno rimaneva solo spettatore, ma diventava al tempo stesso attore ed interprete, potendo ottenere ben più di quei 15 minuti di celebrità alla portata di chiunque internamente al proprio contesto sociale.

Da qui nasceva la favola dello “strumento”, il bisogno di definire Facebook quale mezzo, per far intendere che se ne potesse fare anche un utilizzo positivo, che ci fosse un margine di scelta individuale nel determinare la bontà o meno delle sue costruzioni e ricadute culturali, andando oltre quei contenuti semplicistici e autocelebrativi che ne erano il marchio di fabbrica: un sentimento comune a chi non voleva privarsi del suo potenziale effettivo.

Evoluzione e Rivoluzione

Dieci anni più tardi la realtà digitale si è ramificata, ha influenzato gli altri mezzi di comunicazione modificandoli e riadattandoli, una vera e propria rivoluzione senza precedenti. Qualcuno ha insistito nella strenua difesa dello “strumento”, per motivi ancora più validi dei precedenti, lo strumento, ormai divenuto più strumenti, si è infatti nel tempo trasformato in una necessità, come lo era stato con l’avvento dei cellulari, passaggio obbligato per la vita nei suoi aspetti relazionali, lavorativi, culturali, di interesse, promozionali e tanto altro ancora.

Si tratta ormai di “strumenti” utili e assolutamente imprescindibili, per garantire i contatti, stare al passo con i tempi, per la promozione di sé nel mondo del lavoro, per la condivisione di iniziative solidali e altri fini più o meno nobili. Non ultimo quello del profitto, perché, oltre ad essere la rete diventata corsia preferenziale per il mondo aziendale, è lo stesso mercato spartito tra i colossi di Google, Facebook, Twitter, Youtube, LinkedIn (ecc.) che ha garantito ai giganti in questione crescite esponenziali durante l’ultimo decennio, facendo registrare fatturati e capitali da miliardi di dollari.

Tutte le attività imprenditoriali si sono in un modo o nell’altro adeguate alle logiche virtuali del nuovo mercato globale, questo per un semplice motivo: ci si trovava davanti ad un linguaggio innovativo e condiviso dai più, non si poteva pensare di rimanerne estranei.

The Social Dilemma

Si è giunti così all’oggi ed al recentissimo documentario The Social Dilemma, distribuito da Netflix, che propone ora una lettura critica dei social media, delle dinamiche legate al loro funzionamento e dell’industria che vi soggiace, su quella che è ormai la regina delle piattaforme streaming, parte integrante di quel processo appena descritto di modifica del mercato e, conseguentemente, anche dei modi di guardare il prodotto seriale/cinematografico oltre che dei suoi luoghi.

L’ambiguità della gratuità

L’uomo medio si è sempre domandato un po’ ingenuamente su quali fossero i guadagni reali derivanti da un servizio gratuito, come quello offerto dai social per intendersi, dandosi le relative risposte: pubblicità e compravendita dei dati, man mano che si è andati avanti è diventato sempre più evidente l’assioma, ripetuto a macchinetta, per cui “se tu non paghi per qualcosa, il prodotto, quel qualcosa in soldoni, sei proprio tu”.

Fra sdegno e ovvietà

The Social Dilemma a tal proposito non sembra svelare nulla di particolarmente nuovo, mettendo in luce tutti quegli aspetti oscuri, dannosi e perversi dei social media per come li conosciamo: l’alienazione, la spersonalizzazione, l’assenza di un vero dialogo, il culto massificato dell’immagine, la modifica di comportamenti e abitudini nel mondo globalizzato connessa al bisogno sempre più pressante di feedback positivi dall’esterno, la condivisione ossessiva come prova tangibile dei propri traguardi ed esperienze, quella sensazione di straniamento nel vedere anticipate le proprie mosse, il proprio pensiero, tanto da far fatica a distinguere il desiderio di stare su queste piazze virtuali dal bisogno, giustificato infine con il supposto piacere di un’azione che non può definirsi avulsa da forti e (talvolta) inconsapevoli spinte all’omologazione.

The Social Dilemma prova ad approfondire queste considerazioni, piuttosto scontate, analizzando i meccanismi di anticipazione e studio delle personalità e delle identità più nel dettaglio, l’influenza e le conseguenze comportamentali di questo autoperfezionamento che gli algoritmi e l’intelligenza artificiale – termine che va usato con le pinze – mettono in campo e di come l’incontro/scontro tra l’umano e l’industria digitale così orientata possa condizionare notevolmente la natura di quest’ultimo.

Agli addetti ai lavori presumibilmente potrà sembrare riduttivo e abbastanza banale o quantomeno non sortirà quell’effetto di sorpresa, stupore e indignazione che potrebbe cogliere l’utente medio. Tuttavia, se il primo ne aveva probabilmente parlato a convegni, conferenze e nei suoi ambienti lavorativi, il secondo qualche idea in testa sul funzionamento dei social l’aveva, discussa magari con gli amici al bar sotto casa (per usare uno dei più classici luoghi comuni), con la sensazione che, in entrambi i casi, certe cose venissero dette da molti anni e con più (nel primo caso) o decisamente meno (nel secondo) autorevolezza.

Questo per dire che ciò che risalta maggiormente del prodotto targato Netflix non è tanto quel che viene detto, quanto il modo in cui viene detto. Ad avere il ruolo da protagonista è la netta e chiara presa di posizione nei confronti di un dato sistema, del nostro sistema, primo perché proviene da esponenti della stessa realtà incriminata, fra chi vi ha lavorato per poi prenderne le distanze (adducendo motivazioni etiche) e chi vi lavora tuttora, secondo perché viene proposta al grande pubblico su Netflix.

E benché la prima sensazione possa essere quella di uno specchietto per le allodole, un’operazione d’immagine o un’ammissione di colpa in previsione di una futura redenzione, chissà, rimane il principale mezzo per catturare l’attenzione di quel grande pubblico giovanile e non, che in queste logiche, nelle sue forme e nelle sue dinamiche si muove con più o meno consapevolezza.

La favola dello strumento

L’aspetto più caratterizzante di The Social Dilemma si esplicita quindi nella stigmatizzazione, chiara ed inequivocabile, dall’interno: i social media non sono uno strumento, che per definizione può essere usato bene o male, sono altro. Un mercato, un’industria, un nuovo linguaggio aggiungerei, che districandosi fra meccanismi di dipendenza indotti, rinforzi positivi, una cultura dell’apparire per esistere, arrivano al semplice, chiaro e limpido fine: il profitto.

L’aspetto centrale dell’iniziativa del regista Orlowski sembrerebbe coincidere con la sua dichiarazione d’intenti, la critica a prescindere: il meccanismo è malato, non contiene in sé aspetti positivi/negativi, non è un bene o un male a seconda. Quando dall’altra parte l’intento è quello di trarre un profitto offrendo un tipo di servizio in bilico fra la libera fruizione e la manipolazione, non c’è possibilità di immaginare un uso consapevole, ma solo un uso necessario, un’utilità indotta dai ritmi, dalle connessioni, dalle relazioni virtuali a cui siamo tutti sottoposti.

Questo non significa ovviamente che non ci si possa adattare. Una comune inclinazione di chi prende le parti difensive nel dibattito civile è quella di fare paralleli con altre epoche e periodi, relativizzando l’avvento di queste nuove forme di comunicazione e paragonandole ai giornali, alla televisione, senza tenere conto, oltre che dell’unicità del fenomeno attuale, dei limiti della natura umana, che stanno subendo una pressione senza precedenti al di là di quel che è stato e sarà.

Infatti se è prerogativa degli esseri umani quell’adattamento evolutivo che ne ha consentito e ne consente la trasformazione, è altrettanto vero che non tutti i cambiamenti si configurano unicamente lungo un lineare processo di miglioramento, come il cambiamento climatico per il Pianeta Terra. Così per l’Essere Umano, questa maniacale rincorsa al guadagno, che è più sintetizzabile come un’ideologia di fondo estensibile al concetto di mercato moderno, ha configurato non pochi effetti collaterali arrivando a necessitare di un contenimento.

La resa dei conti

Non è la tecnologia in sé il problema, ovviamente – per questa sarebbe sì opportuno parlare di strumento, d’altro canto il rapporto fra l’umano e la tecnica è sempre stato oggetto di riflessioni e grandi dilemmi etici – ma è la regolamentazione che dovrebbe orientare un’industria globale più sana che viene a mancare, poiché la legge fatica a normare un settore che viaggia a velocità quadrupla, ha difficoltà a gestirne gli interpreti, quando necessiterebbe invece (rimanendone spesso sprovvista) di un approccio “universale”.

Per quanto si possa forzare la natura umana, dunque, non appare conveniente prescindere dal discernimento fra ciò che fa bene e ciò che fa male, è importante fissare gli elementi che permettano di non confondere i due aspetti, o ancor meglio di non scavalcarli in nome dell’utile. Altrettanto importante è tenere a mente che non tutto è relativizzabile, che ci sono aspetti fisici e psichici, i quali andrebbero salvaguardati, nella speranza finale che questo mercato venga revisionato, che i servizi offerti si sviluppino in modo più sostenibile, per una tutela dell’individuo all’interno di questi spazi.

Siamo abituati a pensare che l’uomo in società tenderà, se lasciato libero di farlo, a cercare il profitto per sé.

La natura umana la intendiamo troppo spesso come maligna, ma, a ben vedere, la maggioranza è invece propensa ad accettare le regole e le norme che la coesistenza civile impone, nonostante fatichi ad esigere le dovute contromisure di fronte agli aspetti patologizzanti e dannosi, come quelli qui chiamati in causa.

L’uso dei social network riguarda la quasi totalità delle persone, almeno nel mondo occidentalizzato e va detto che, come sosteneva Erich Fromm nel suo Psicoanalisi della società contemporanea, non cambia la natura delle cose il fatto che molte persone adottino lo stesso comportamento, se tutti siamo inseriti per necessità in un dato sistema, non significa che questo sia sano: può esistere una follia a due come a un milione o come, in questo caso, a 2,7 miliardi. Sarebbe un po’ come se in Medicina si alzassero alcuni/e livelli/soglie di sopportabilità in riferimento a determinati valori/parametri clinici, dal momento in cui sempre più persone conducono uno stile di vita poco sano.

Considerare normale qualcosa, cioè norma, non implica che la suddetta faccia bene o sia giusta.

In sostanza

The Social Dilemma prova con altre parole a dire questo, dove sta il giusto e dove sta ciò che è sbagliato, senza cerchiobottismo.

La definizione di documentario “provocatorio” affibbiatagli da Netflix forse sta tutta qui, non ha il physique du rôle del documentario d’inchiesta ed è tutto da vedere che anche solo lontanamente stimoli una riflessione nel singolo, ancor più arduo nell’intera community, e che quindi favorisca conseguenti risposte a livello di gestione dall’alto come di utilizzo dal basso, in una routine fagocitante che non cesserà da un momento all’altro. Ma è quantomeno un qualcosa, un abbozzo, un tentativo di cui c’era bisogno, che sarà stato preceduto da molti altri, ma che adesso arriva agli occhi del grande pubblico, ora che è fondamentale invertire il trend.

Non è dato sapere se la nuova ondata di popolarità sul tema favorirà iniziative di riqualificazione del web o se l’assuefazione generale lo farà finire nel dimenticatoio, tuttavia una cosa la si potrebbe provare a tenere a mente: la cultura, in quanto tale, è anche una scelta, una questione di volontà collettiva.


Bibliografia:

  • Fromm, E., Psicoanalisi della società contemporanea, Edizioni di Comunità, Milano, 1964.

Filmografia:

  • Orlowski, J., The Social Dilemma, Netflix, 2020

Sitografia:

Foto presa da:

  • mycomp.it
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Sono un Assistente Sociale e nel corso degli studi mi sono formato all'interno dei Servizi per le dipendenze, campo nel quale ho lavorato durante gli ultimi tre anni in una struttura semi-residenziale e sull'unità mobile associata. Amante della Sociologia, della Storia e della Filosofia; appassionato di cinema e affascinato dalla scrittura in quanto forma di comunicazione e veicolo del sapere. Cultore del calcio come rito di fondo ed evasione, dove può accadere "che quando meno te l'aspetti un nano impartisca una lezione ad un gigante". Ansia da DSM ed allergia alle idee di competizione e prestazione, ai falsi miti del consumismo e della società del capitale, pur essendone (più o meno consapevolmente) parte attiva come tutti.

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