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«Non credo che ne uscirò vivo»

Sorrise. Abbassò lo sguardo, si aggiustò la cravatta. Al seguito di quella frase, un fragoroso applauso, anche se le mani erano poche, in posto piccolo come quello, il suono sbatteva contro le rugose pareti di legno e si diffondeva.

«È il titolo dell’ultimo pezzo» – disse il cantante.

S’alzò e si diresse verso il bancone fornitore di alcol e conforti. Era un pezzo d’uomo di almeno un metro e novanta, esile, le mani erano grandi e secche, gli stavano drenando via l’anima. La bocca immobile in un finto ghigno beffardo forse alla vita o forse a se stesso; gli occhi grandi e neri; il naso camuso e i capelli lunghi. Dalla tasca della giacca fuoriusciva il suo strumento, rispondeva al fuoco delle lampadine riflettendole, era un’armonica.

Era davvero bravo. Gli soffiava dentro come se avesse le note sulla bocca dello stomaco e lo strumento fosse solo un catalizzatore, un fornitore di fori per non far disperdere quel suono, e inspirava come se fosse quella stessa armonica a fornirgli l’ossigeno, erano complementari quei due, lui aveva dentro le note, le espelleva e lei le restituiva in un valzer dalle note tristi, una sofferenza filtrata per non condividerla con gli altri, per non disperdere la brace del loro amore.

Il cantante salì su uno di quei traballanti sgabelli, cercò di mettersi comodo ma l’imponente ed esile statura glielo impediva, un paio di gocce di sudore dalla fronte si tuffarono sul bancone per poi essere cancellate dallo straccio del barista, appoggiò i gomiti e ordinò “il solito”. Il barista recepì l’ordine e prese una bottiglia, un bicchierino, versò e servì da bere. Il locale, piccolo e poco curato, disponeva soltanto di un bancone con sei sgabelli, quelli in legno con il cuscinetto ormai consumato, senza schienale, due agli angoli e quattro al centro, e tutto questo si disponeva sulla sinistra del locale. La parete di fondo ospitava il palchetto rialzato sempre in legno da dove suonavano le band, e, infine, sul lato destro contro il muro e sporgendo anche verso il centro del locale, vi erano i tavolini per tre persone. Da uno dei tavolini si alzò una donna diretta verso il bancone. Nessuno si accorse della sua presenza. Il locare era sommerso dalla coltre del fumo di sigarette e gli occhi erano annebbiati dai fumi dell’alcol, i signori lì presenti erano vecchi, avevano imparato a dare da bere ai loro uccelli per fargli dimenticare la gabbia. La donna indossava un tubino bianco, lungo sino a sfiorare le ginocchia, semplice, puro, uno scollo a “V” lasciava intravedere una piccola porzione dei suoi seni, le gambe lunghe riflettevano quel colore, essendo di carnagione scura, ai piedi dei tacchi a lanciarla ancora più in alto di quanto in realtà non fosse già. Il viso contrastava con i colori di quel locale; aveva le labbra carnose e di colore albicocca, il naso grande abbastanza per competere con la pienezza di quelle labbra, gli occhi verdi, che ricordano l’acqua dei paesi tropicali e grandi, capaci di parlare, di convincere e di aggredire. I capelli castani, leggermente mossi, lunghi da coprirle le spalle e da avvolgere quel viso come il contorno di un dipinto.

Il cantante le disse: «Posso offrirle qualcosa da bere?». I due erano faccia a faccia, speculari e intenti a scrutarsi. Il barista, incantato dalla visione, fissava quel fazzoletto di carne che lasciava intravedere il vestito, chiedendosi cosa ci fosse lì meno vedeva, più il desiderio aumentava, e con esso l’immaginazione che chissà dove l’aveva ormai trasportato.

La donna rispose: «Certo, mi sono seduta qui per questo». Si girò verso il barista per ordinare ma accorgendosi dello stato catalettico di quello, arrossendo, cercò di aggiustarsi il vestito per chiudere quello scollo a V. Il cantante chiuse il pugno, alzò due dita e senza dire nulla, gli ingranaggi inceppati ripresero a funzionare, arrivarono i due bicchieri, colmi fino all’orlo di liquore, la donna e il cantante li afferrarono e lei gli disse:

«Brindo a lei e alla sua musica del diavolo» – ridendo.

I bicchieri tintinnarono e l’alcol andò ad attizzare il fuoco dell’istinto, i due sorrisero e si guardarono per una manciata di secondi. Nessuno lì dentro si accorgeva di niente, erano troppo impegnati sulle loro storie, sulle loro facce riflesse nei bicchieri, sui loro colpi di tosse, ormai pause tra un verso dissoluto e un altro sconnesso delle loro tristi poesie. La scena di quei due seduti al bancone è il bacio degli antipodi: un triste e sgualcito uomo, innamorato della sua armonica, sudato e sporco, con meno anni di quanto in realtà ne dimostrasse e una immacolata bellezza, un corpo mozzafiato dalle movenze così aggraziate da far sembrare un accavallamento di gambe un miracolo. In quei secondi l’uomo non si chiese il perché di quell’incontro, di quella fortuna, ma ammirò ed assaporò i colori di quell’opera d’arte. Senza troppo indugiare la donna, che aveva con sé una piccola borsetta prese da questa un pacchetto di sigarette, lo appoggiò sul bancone ne prese due e ne offrì una all’uomo, che pensò «Anche gli angeli hanno i loro vizi» ma disse «Non pensavo che lei fumasse».

L’uomo rise e con uno sguardo al barista gli fece cenno di riempire i bicchieri, la donna prese l’accendino dalla borsa, ma questo rimbalzò sul bancone e cadde a terra. La donna fece per scendere dallo sgabello ma l’uomo la fermò dicendo: «Non si scomodi».

Lei sorrise per ringraziarlo. Intanto le porte del locale si aprirono, un’altra anima si unì a quel circo e si mise nell’angolo del bancone pronta a scontare la sua pena. Nel frattempo la donna chiese al barista di prenderle una bottiglia di liquore posta in alto, questo si girò ma una volta con la mano su di essa la donna e gli disse: «Mi scusi, ho ancora il bicchiere pieno, sarà l’alcol…» .

L’uomo ritornò sullo sgabello con la preda fra le mani, accese prima la sigaretta della donna e poi la sua, posò l’accendino sul bancone, prese il bicchiere e disse: «A questo bellissimo incontro, reso tale per la sua presenza».

La donna sorrise, lo guardò mandare giù il bicchierino sorridendo e poi mandò giù il suo. Aspirò il fumo e lo soffiò sul volto dell’uomo e, al dispiegarsi di questo, ritornò a sedere al suo tavolo.
Era rimasto folgorato, si iniziò a chiedere il perché di quei gesti, erano ironici o veri, voleva che andasse a sedersi lì con lei, lo avrebbe aspettato fino alla fine della sua performance o che altro c’era? Il barista vedendolo assuefatto dai suoi pensieri, gli riempì il bicchiere e gli disse: «Lo offre la casa».

Il cantante ritornò alla realtà, butto giù quel bicchiere e decise che era ora di tornare a fare l’amore sul palco. In piedi l’uomo, quasi al centro del bar, vedeva il palco allontanarsi sempre di più e i contorni del locale sparire. Sentiva le gambe pesanti, ogni suo movimento era lento, sembrava spostasse macigni legati alle caviglie, i suoni dei suoi passi echeggiavano come tamburi della giungla di un passato ancestrale, i rumori ovattati del locale, come se il suo cervello avesse deciso di ridurli perché non importanti in quel viaggio, accompagnavano quella musica tribale, grida animalesche, un uomo gli passò affianco, la sua faccia era scarabocchiata di nero, i contorni sbiaditi, gli occhi bianchi e la bocca, bianca anch’essa, in un sorriso grande come una “D”. Non capii, la razionalità lo aveva abbandonato. Si mosse, un altro paio di passi. Il silenzio, un sibilo, un tonfo. L’uomo, entrato nel mezzo della serata, con la faccia calma e serena, si alzò dallo sgabello e si diresse verso il cantante. Intanto quella caduta aveva spento il locale, i suoni s’affacciarono in ansia per vedere cos’era successo. La puntina del giradischi di quei cervelli si era alzata, niente più pensieri, niente più discorsi, semplice attesa e fiducia nell’uomo che stava camminando verso il corpo, accompagnato dagli occhi dei presenti. Si piegò sulle ginocchia, inspirò rabbiosamente due volte dalla sigaretta e la lanciò per terra, avvicinò due dita alla gola del cantante e aspettò…nulla. L’uomo lanciò la mano come un amo per pescare la sigaretta in quel mare marcio e nero. La guardò, gli riservava un altro paio di boccate. Inspirò e mentre il filtro bruciava se stesso, disse: «E’ morto».

Ritornò a sedersi sul suo trespolo con gli occhi bassi dorati dal frumento. Ora la luce si spostò sui pochi spettatori dell’accaduto, la paura e lo spavento avevano lasciato posto alla razionalità, che a gomitate fra la folla di emozioni aveva trovato il punto più alto da cui parlare e farsi ascoltare. Uno dei presenti iniziò a macinare pensieri e quello che fece vibrare le corde della sua anima era: «L’assassino è ancora fra noi».

Il signor intuito si alzò in piedi e disse ciò che aveva pensato non sapendo che avrebbe causato altri tumulti ognuno dei presenti poteva essere l’omicida. Ma ecco che in un altro i pensieri iniziarono a correre veloci, a connettersi, a creare una catena ed ecco che: «Non ci sono stati né spari, né ho visto sangue, la colpa è dell’alcol e di chi gliel’ha versato».

Il secondo signor intuito si alzò anch’egli e disse ciò che aveva pensato sollevando gli animi di quei pochi, che ora avevano dove indirizzare l’odio e l’indignazione. Un uomo basso e tarchiato, con la barba brizzolata, i capelli nero pece e sporchi, disse: «Barista del cazzo, qui hai avvelenato tutti, pezzo di merda…ora vengo lì».

La folla si esaltò per il suo gladiatore ubriaco, e a turno lanciavano, come frecce, frasi ingiuriose nei confronti del barista. Questi rimase muto, come del resto aveva fatto per tutta la serata. L’uomo seduto al bancone aveva già lanciato il pugno sulla superficie di legno. All’impatto il forte rumore spense tutti gli altri e s’ebbe finalmente un po’ di silenzio, anche il barista riuscì ad allacciarsi alla realtà e rendersi conto degli eventi, l’ambiente si fece più calmo e tutti aspettavano un’altra notizia da quell’uomo che gli rese nota la morte del cantante.

Disse: «Signori, quello contro cui rivolgete la vostra rabbia non è il vero assassino, io so chi è stato». Finita l’orazione prese una sigaretta dalla tasca del giubbotto, l’accese e tenendola fra le dita indicò il vero colpevole. Il rosso della sigaretta fece da faro a quei marinai in cerca del porto della verità.

Le teste della folla rotearono, in un unico movimento, come una sola. Gli occhi erano intenti a scrutare, a seguire con precisione la linea disegnata dalla sigaretta, non volevano errare. Il fumo si disperse, una nuova luce colpì gli occhi di quegli uomini. La donna sorrideva e non disse nulla. Si lasciò guardare. L’unicità di quello spettacolo era l’estrema unzione per gli occhi di quella folla annebbiata. Il silenzio fu rotto da un applauso solitario, lento e cadenzato come i rintocchi di una campana.

La donna disse: «Questo plauso va all’uomo sullo sgabello, perché ha ragione. Ho versato il veleno nel bicchierino».

Gli uomini della folla non credevano a ciò che vedevano e sentivano, non volevano credere alla verità. La donna continuò: «Dio non avrà mai pietà di un uomo del genere, di un uomo che suonava il blues, la musica del Diavolo».

Mentre parlava infilò una mano fra i suoi seni e mostrò il crocifisso d’oro «Il Signore non può perdonare peccati del genere e io fin quando resterò in vita debellerò tutto il male, le profanazioni, gli insulti alla Verità – signori miei, quest’uomo non è altro che un segugio del Male, con la sua voce, con la sua armonica, con le sue canzoni, non faceva altro che diffondere disperazione e zolfo… ma ora – e lo disse ridendo – ora non vi intratterrà più».

La donna fu condotta fuori dal locale dagli agenti chiamati dal barista. La donna, in manette, mentre entrava nell’auto urlò «Era un segugio del demonio, il demonio, il dem…» e la porta dell’auto chiuse quel rumore e questa storia.

Tutti se ne andarono col cuore in gola per quello che era successo, per la loro routine spezzata, ora avevano qualcosa da pensare. Intanto dall’altro lato della strada, con le sirene accese arrivò l’ambulanza, i medici scesero e si diressero al locale e dalle finestre di questo, una luce sinuosa come una fiamma creava ombre che giravano in una danza tribale, una musica sembrò uscire dalla porta. Corsero verso la porta e mentre s’avvicinarono sentivano una voce cantare – “non credo che ne uscirò vivo dal blues” susseguita da una fragorosa risata. Una chitarra e un violino lo accompagnavano. I due medici entrarono ma videro solo ciò che c’era: un bar, un cadavere e un’armonica.


L’autore

Felice La Peccerella

Mi chiamo Felice La Peccerella, 25 anni laureando magistrale in filosofia con una tesi sul dolore. Avido lettore e avido guardone di film. Credo che non sia tanto ciò che ci accade ad essere importante ma quanto siamo noi bravi ad interpretare l’accaduto. Ed in questo i racconti sono un tesoro inesauribile di storie che possono fornire una guida simbolica”

L’immagine

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