Il libro

Siamo tutti Epifite.”
Ammetto di essere andata a cercare su Google. Sarò l’unica?
Boh, chissà. Ma in caso te lo stessi chiedendo anche tu, l’epifite è una pianta che cresce su un’altra pianta.
E allora, che cosa significa la frase: “siamo tutti epifite”?
L’epifite non si ciba della pianta su cui si aggrappa; non le toglie nulla, non le fa del male. Non è un parassita.
L’epifite, semplicemente, cerca luce.
Nella foresta, molto spesso, gli alberi sono così alti che i poverini che vorrebbero crescere dalla terra non trovano luce sufficiente.
Così, la natura fa una delle sue tante magie: crea l’epifite. La pianta che cerca luce.
E allora sì, siamo tutti un po’ epifite. O almeno, Maria Maddalena lo è.
Una giovane ventiduenne che vive a Los Angeles e sente che il suo posto nel mondo non è quello.

Ed ecco l’occasione per partire: una borsa di studio per l’Amazzonia. Luce. Tanta luce.
E poi buio. Come spesso accade nella vita, i sogni più grandi si scontrano con la cruda realtà.

Cosa fareste voi se il vostro sogno venisse infranto? O meglio, quanto sareste disposti a fare per ottenere ciò che volete più di ogni altra cosa al mondo?
Beh, qualcuno mi risponderebbe, alla fine bastano i soldi. Almeno, in questo caso, bastano i soldi.
Maria Maddalena ha un sogno infranto, e vuole a tutti i costi una seconda chance. E nel mondo dei giovani d’oggi, o anzi, delle giovani d’oggi, una strada veloce e apparentemente indolore c’è.
E no, non è “il lavoro più vecchio del mondo” (che ancora ci ostiniamo a chiamare lavoro).
Ma è comunque una vendita di una parte di noi. Di quella parte di noi. E di molto più che quella.

Maria Maddalena si informa, legge opuscoli, e con una semplicità che fa paura, si convince: diventerà una mamma surrogata. Ospiterà il figlio di qualcun altro, e potrà così ricominciare a vivere la sua vita piena e giovane. Alla fine, cosa sono 9 mesi contro tutta una vita?
Cosa sono 9 mesi contro tutta la vita… Mi viene voglia di alzarmi e di chiederlo a mia madre.
– Cosa sono stati per te quei 9 mesi? Alla fine, è poco più di un tirocinio (sì, è terribile, ma nel 2021 ormai utilizzo i tirocini italiani come unità di misura).
– In una parola?!
– In una parola.
Qualcuno dal bagno urla “errore!!”. Ridiamo.
Poi lei torna seria, ci pensa un po’, e mi dice: completezza.
Mi sentivo piena. Piena e completa.

Ma allora, mi chiedo, come può il gesto d’amore per antonomasia, la cosa che ci rende immortali, diventare un business?
Un business, sì. O meglio, un’enorme industria. Maria Maddalena viene pagata 45mila dollari. La famiglia committente può arrivare a spenderne fino a 150mila. E le cifre non sono frutto della fantasia della scrittrice, ma sono numeri reali, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti.
Però, come spesso accade quando si gioca con la natura, il colpo di scena, ciò che “non avevamo calcolato” si presenta alla porta.
Maddalena rimane incinta, ma di due gemelli. E per il contratto che ha firmato, essendo la coppia affidataria intenzionata ad averne solo uno, deve abortire l’altro. E quale? Beh, a caso.
C’è chi vince e c’è chi perde, c’è chi vive… e c’è chi muore.

E lì mi sono posta la prima grandissima domanda che sorge da questo piccolo ma intenso romanzo: il progresso deve portare felicità a tutti?
Se la risposta naturale è sì, allora dove dobbiamo porre la linea di fine in ciò che chiamiamo “evoluzione”?
Quando arriva il momento di dire “basta”?
Per Maria Maddalena, il momento arriva quando scopre che le vite che ha dentro dovranno essere infrante.
In quel momento, in quell’esatto momento, le cambia la vita.

Nel frattempo, l’università la richiama: c’è stato un errore, la borsa di studio è sua.
Ed ecco che il viaggio comincia: un viaggio non in solitaria (ma non voglio spoilerare altro), nelle lontane terre amazzoniche.
Là dove la maternità è un ponte tra ciò che sei e il perché ci sei.
Un viaggio che porterà una giovane fanciulla occidentale a crescere, scoprire, e sentire il vero richiamo di quella natura incredibile che nel ventre femminile compie un’altra delle sue più grandi magie: la maternità.

Mi sono interrogata tanto, e non posso dire di avere un’opinione unica. Forse ci sono dei casi in cui la maternità surrogata come alternativa all’adozione può essere comunque una possibilità. Forse non è giusto dire semplicemente “sì” o “no”. Forse.
Ho anche provato a mettermi nei panni: e se io non potessi avere figli?
A mente fredda, lo so, è facile. Ma chissà… Però, questo libro ha fatto porre a me stessa una domanda che definirei a dir poco “scomoda”, ma che, diamine, è il fulcro di tutto il romanzo, e di una grandissima parte della mia e della vostra vita: essere madre è un diritto o un desiderio? Un diritto, o un desiderio?

Tosta, eh?
È un po’ come chiedersi se essere felici sia un diritto o un desiderio. Diritto, ovvio! Eppure… Eppure, la felicità, purtroppo, non è un diritto. L’abbiamo trasformata in aspettativa, ed è per questo che ne rimaniamo sempre un po’ delusi.
E con la maternità abbiamo commesso lo stesso errore: per questo tendiamo a giudicare negativamente chi sceglie di non avere figli, come se stesse rinunciando a un sacrosanto diritto che qualche altra donna non può soddisfare. Ma la maternità è un desiderio. O ce l’hai o non ce l’hai. A volte viene esaudito, a volte no.
È il più bel desiderio che possiamo chiedere al cielo, al nostro partner, o a noi stesse. Ma, in quanto tale, non ha prezzo, non può essere venduto al miglior offerente, né tantomeno dato per scontato, mai.

Leggete questo libro bellissimo, e forse vi sentirete anche voi un po’ Maria Maddalena: curiosi, soli, avventurieri, e soprattutto, epifite.

“Siamo tutti epifite alla ricerca della luce, siamo unici e irripetibili, ma ognuno ha bisogno dell’aiuto di chi è venuto prima. La foresta è questo: ospita i nuovi arrivati e li fa diventare nuovi ospitanti. Perché noi tutti siamo creazione continua, un mondo in piena trasformazione. E lo sono anch’io, ora più che mai.”

L’autrice

Roberta Trucco è una donna genovese che sprizza energia da tutti i pori.
Mamma di quattro figli, moglie, femminista, scrittrice, attivista, e anche un po’ pittrice.
Laureata in lettere e filosofia, Roberta è impegnata specialmente sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Nel 2011 ha fondato, nella sua città, il comitato “Se non ora quando” e da allora collabora con altre attiviste nelle battaglie per i diritti delle donne. Da alcuni anni scrive articoli per vari siti e testate, tra cui per il blog “La 27ora” del “Corriere della Sera”.

La prima volta che ho avuto modo di sentirla parlare, è stato un po’ per caso.
Ho accompagnato un’amica alla presentazione di questo libro, Il mio nome è Maria Maddalena (Marlin Editore), suo romanzo d’esordio, e ho subito capito che Roberta è una di quelle donne – poche, pochissime – che ti fanno venire voglia di camminare a testa alta, non so se mi spiego.
Quando abbiamo parlato per la prima volta, mi ha detto che nulla succede per caso.
E in effetti, quel pomeriggio di un anno e mezzo fa, seduta sui gradini della Feltrinelli, mai avrei pensato che oggi sarei stata qui, a raccontare di lei e del suo libro.

Quindi chissà, forse Roberta ha ragione?
Forse Roberta ha ragione.

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