Il trucco era sapere – scriveva Richard Bachche la sua vera natura viveva ovunque nello stesso momento, perfetta come un numero non scritto, nello spazio e nel tempo. Perché Jonathan non è un numero già scritto o il numero che la società lo esorta a raggiungere, ma quello che egli stesso più intimamente e con tutta autenticità sente di incarnare. Jonathan è tutti i numeri, è sfumatura. E, se vuole, può essere nessuno.

Il Gabbiano Jonathan Livingston è un breve romanzo di formazione, che narra in modo magistrale le esperienze di un gabbiano costretto in una pelle che non sente sua. I temi principali che emergono dall’opera e sui quali porrò attenzione sono l’etichetta come limitazione dell’essere, l’autenticità, il dogma e il conformismo.

Prima di entrare però in un discorso di anticonformismo attraverso la figura del Gabbiano Jonathan, occorre tracciare un percorso esplicativo riguardo l’influenza che i modi e l’uso della lingua – in particolare l’etichetta e la dicotomia – portano al pensare e all’agire umano.

IL COMPIMENTO DELLA SFUMATURA

Ogni cosa del mondo, sensibile e non, vive e si esprime nell’infinita molteplicità della sfumatura. Il sentimento, l’intuizione, la volontà, il gesto, possono assumere diversi gradi o tonalità. È bene precisare che ogni sfumatura – per quanto debole e lieve, nel suo manifestarsi, possa apparire – assume, al suo nascere e rendersi fenomeno, la medesima compiutezza di una manifestazione che in apparenza si mostra più imponente e vigorosa. La sfumatura, dunque, non deve essere concepita in modo esclusivo come parte di un sentimento, parte di un concetto o parte di un’idea. Occorre che la si intenda, piuttosto, come un qualcosa che può vivere da sé, ma che, come la cosa in sé stessa, in potenza può ancora svilupparsi, trasformarsi. Sicché, questa, momentaneamente immobile nella sua trasformazione, si tende, nella sua completezza, al divenire altro – altrove. Come tesa all’inesausta possibilità di un nuovo respiro, che una volta eseguito porta al suo momentaneo compimento. Così la sfumatura si svolge, si rende cosa compiuta. E, vitale, il flusso si ripete.

I DEMONI DELLA LINGUA ATTRAVERSO FREUD E ABEL: ETICHETTA E DICOTOMIA

Il potenziale fluire della sfumatura mostra che sarebbe poco ragionevole circoscrivere un’idea o un concetto in un’unica categorizzante parola. Come scriveva Pirandello Tutti i fenomeni, o sono illusioni, o la ragione di essi ci sfugge, inesplicabile. Manca affatto alla nostra conoscenza del mondo e di noi stessi quel valore obiettivo, assoluto che comunque presumiamo di attribuirle. Pertanto ragionare in termini assolutistici, anche attraverso un utilizzo tendenzialmente categorico della lingua – della parola –  può a mio avviso considerarsi inopportuno. Questo, inevitabilmente, andrebbe a riflettersi sul modo di pensare e di agire. Si pensi ad esempio al significato antitetico delle parole primitive. Vi sono state parole nelle lingue più antiche a noi conosciute – in particolare in quella egizia – che abitano uno stesso significante ma che si connotano di significati contrapposti l’uno all’altro. Si tratta del fenomeno di enantiosemia (dal greco enantíos, “contrario”, e sema, “segno” ) nonché una forma di polisemia. Secondo il filologo Karl Abel, e successivamente Sigmund Freud – il quale riprese il concetto per trasporlo nel paradigma psicologico dell’interpretazione dei sogni – questo è un fatto di cui tenere conto: la coesistenza di doppie polarità

Freud, in “Psicoanalisi e Società”, si è  servito delle ricerche del Filologo Abel per spiegare un punto interessante della sua “Interpretazione dei sogni”; ovvero la coesistenza nel sogno del desiderio e del suo opposto (ad esempio il timore, la paura), e la difficoltà se non addirittura l’impossibilità di discernere tra i due elementi. L’inconscio si sente libero di rappresentare nel sogno qualsiasi elemento di desiderio col suo contrario; sicché non c’è alcun modo di decidere a prima vista se un elemento che ammette un contrario è  presente nei pensieri del sogno come un positivo o come un negativo .

Sposterei ora l’attenzione sul movente della convivenza di due significati antitetici in uno stesso veicolo linguistico: come è possibile che un individuo in modo così spontaneo associ a due concetti contrapposti una stessa parola per identificarli? Abel risponde al quesito sollevando la necessità di identificare le cose attraverso il paragone. Ma discostandomi dalla tesi di Abel (cui riporto i riferimenti nelle note sotto) vorrei brevemente portare alla luce come questo fatto – specie prendendo in esame Freud e la sua Interpretazione  dei sogni- sia l’evidenza di un atteggiamento; di come quindi la lingua ed il pensiero (nel caso di Freud, l’inconscio) si contaminino a vicenda; e di come la parola si manifesti poi nel gesto. Si può dunque parallelamente usufruire dello stesso ragionamento anche riguardo le parole dotate di un unico significato; di quei vocaboli che intesi  categoricamente in modo univoco,  possono riflettersi in pensiero ed azione.  Allo stesso modo  il pensiero e il rigido concepimento dell’intorno agisce sulla lingua.  La parola diventa pensiero e il pensiero si rifrange sul gesto, per questo il modo di viverla è da considerarsi non trascurabile. 

La relatività essenziale della conoscenza –  ha scritto Karl Abel – del pensiero, o della coscienza non può  non mostrarsi nel linguaggio. Se ogni cosa che possiamo conoscere è  vista come una transizione da qualcos’altro,  ogni esperienza deve avere due lati; e, o ogni nome deve avere un doppio significato, o altrimenti per ogni significato ci devono essere due nomi.

Nominare le cose è necessario, in mancanza di vocaboli non vi sarebbe pensiero, né comunicazione (come si potrebbe formulare un pensiero senza gli elementi linguistici che lo compongono?). Dunque l’intenzione di tale indagine non muove da un’urgenza di demonizzazione della parola e delle sue vitali funzioni. Talvolta però, se mal concepita, si corre il rischio di renderla un demone che limita e distrugge. L’etichetta, chiusa nella sua essenzialità e derubata delle sfumature, impone limiti che impediscono al pensiero di espandersi.

Certamente la ricchezza del lessico – in particolare quello italiano –  permette, attraverso l’utilizzo esclusivo di un singolo vocabolo, di conferire un particolare significato a un determinato concetto; tuttavia, ritengo che l’impiego smodato e senza scrupolo dell’etichetta, spesso, tenda a trascinare l’uomo nel baratro dell’incapacità di giudizio: questa consuetudine erge una barriera che si rende di ostacolo al ragionamento fuori dei confini di questa, portando l’uomo sull’isola dell’apparentemente giusto; dove il suo animo corrotto comincerà a credere che al di fuori del dogma possano esistere solo l’errore o il nulla.

Si corre così il rischio di tessere attorno alla propria mente un labirinto di ragnatele nel quale è verosimile farsi strada meramente attraverso sterili dicotomie. Un percorso univoco, senza una variabile ed ampia potenzialità  di evoluzione.

DALLA PAROLA AL PENSIERO, E INFINE AL GESTO

Spezzate le catene del pensiero e spezzerete anche le catene del corpo
(Richard Bach – “Il Gabbiano Jonathan Livingston”)

Un’idea non può essere racchiusa, o meglio, rinchiusa in una definizione o parola, poiché la parola è finita, l’idea no. L’idea, ed il sommo pensiero sono perpetui, talvolta fugaci, fuggevoli ma infiniti. Si mescolano in danze amorose feconde di immagini, che insieme a parole e fluido pensiero si susseguono infaticabili verso sempre nuove possibilità di pensiero.

La tendenza a circoscrivere i concetti, in modo perentorio, all’interno di una precisa formula si riflette sulla capacità dell’intelletto di rendersi liquido e dinamico. Un individuo che ordinariamente si approccia alle cose del mondo secondo dicotomie, escludendo le sfumature, sarà certamente caratterizzato da una mentalità fortemente rigida, chiusa alle variazioni, e dunque a tutti quei mutamenti e capovolgimenti atti all’evolvere dell’uomo. Un modo che si incarnerà appunto nel gesto del vivere.

Dunque possiamo asserire che l’Idea – nonché l’esito di ogni attività del pensiero – è il risultato, sempre in divenire, di  un flusso ininterrotto di immagini e parole che divengono idea e instancabilmente fluiscono in un’altra idea. Per mantenere il suo potenziale di espansione e sviluppo occorre dunque che questa non venga fissata in un paradigma assolutistico.

IL SENTIMENTO DEL RESISTERE

Resistere è il sentire della coscienza che vuole pronunciare la sua autenticità. È l’istante posto tra Forma e Realtà, dove la Forma rappresenta le convenzioni e condizioni sociali e morali, e la Realtà (sempre relativa e mutevole, ma autentica nei suoi possibili sviluppi) indica lo slancio dell’uomo e l’essenza del suo animo. Si tratta del momento in cui una spiccata esigenza di verità, di coerenza con quanto l’uomo sa di essere, si scontra con una struttura del mondo che non sente e non riconosce propria.

La volontà di discostarsi da un paradigma conformista nasce da una spinta intima e particolare di un individuo che risiede nell’urgenza di incastrare in modo autentico – secondo natura – il proprio modo d’essere nel luogo che questi abita, e di conseguenza alle dinamiche della società.

Ogni individuo respira di tratti differenti, segni peculiari che lo caratterizzano nel suo potenziale di molteplicità; in quanto, l’animo umano, connotato da una tendenza fortemente mutevole, abita diverse forme e variabili continue, che occorre vengano prima accettate e poi assecondate per far sì che questi le possa calzare in modo totalizzante.

L’uomo in quanto tale è dotato di volontà di coscienza: della spinta, dell’esigenza di incastrarsi nel mondo rimanendo fedele alla singolare impronta della sua volontà e delle sue passioni.

Il sentimento del resistere nasce quando, a contatto di un involucro oramai scomodo, vi è la necessità di nutrire la volontà di coscienza e quindi di spogliarsi da una pelle a cui si sente di non appartenere, che non si incastra bene con i bisogni del proprio modo d’essere. In quest’istante comincia a farsi strada il sentimento del resistere: l’uomo esce dall’apparente comodità della forma per immergersi nell’essenziale verità delle sue inclinazioni.

Dunque, tali caratteristiche, di cui si tratteggia l’individuo, non devono determinarne una descrizione o assegnazione assolutamente categorica all’interno di una etichetta, ma accostarsi a questa come ad una culla flessibile e liquida; che solo secondo un autentico, dinamico, e incorrotto slancio potrà tramutarsi in una abitazione confortevole.

ATTRAVERSO JONATHAN LIVINGSTON

Nei primi capitoli dell’opera affiorano quelli che sono i primi segni di resistenza da parte del protagonista ad un atteggiamento imposto, tradizionale, e radicalizzato, che secondo gli antagonisti dovrebbe essere proprio del gabbiano. In quanto volatile cacciatore, in virtù degli schemi sociali, questo dovrebbe esclusivamente occuparsi della pesca, e dunque approcciarsi all’atto del volo non come fine ultimo ma come mezzo unicamente volto al nutrimento e dunque alla sopravvivenza.  In questi primi accenni di tematica emerge, forse, la volontà dell’autore di presentare una lezione sui rischi del dogma e del conformismo.

Jonathan fin dai primissimi momenti, seppur titubante, sembra cogliere il suo potenziale, ed insieme il potenziale di tutti: voglio solo condividere ciò che ho scoperto, mostrare gli orizzonti che si aprono davanti a tutti noi.  Il protagonista concretizza l’esigenza di potersi figurare al di fuori dell’etichetta di ‘gabbiano’, attraverso il volo. L’esigenza di compiere sé stesso in quanto elemento distinto, e pensante. Con l’ambizione però di donare un contributo ai suoi compagni condividendo con questi le sue intuizioni. Tuttavia la “Fratellanza” (così nominata da Bach) ben iscritta nel ruolo e nell’etichetta, concepita come solido irremovibile, non sembra apprezzare il suo intento e con queste parole escluderà Jonathan dallo stormo: Un giorno Gabbiano Jonathan Livingston capirai che l’irresponsabilità non paga, la vita è l’ignoto e l’inconoscibile, ma noi siamo al mondo per mangiare, per restare vivi il più a lungo possibile. Si può notare da questo estratto come la parola “Gabbiano” in diversi frangenti del testo viene contrassegnata dalla lettera maiuscola. Emerge qui, dunque, la volontà dell’autore di evidenziare l’influenza dell’etichetta come identità determinante. Ai ruoli viene dato un nome proprio, che diviene identificativo rigido e perentorio del soggetto cui si riferisce.

Ma Chi è più responsabile di un gabbiano che scopre e persegue un senso, uno scopo superiore nella vita? risponde Jonathan, da mille anni ci arrabattiamo in cerca i teste di pesce, ma ora abbiamo una ragione per vivere…imparare, scoprire, essere liberi!

Essere “Gabbiano” secondo l’accezione che la tradizione le ha assegnato, e dunque un volatile marino il quale unico scopo è quello di sostentarsi sfruttando l’agilità del volo, è non essere liberi neppure in potenza. Se la nominazione delle cose e la conseguente consegna di un ruolo si radicano nella società, queste divengono una struttura rigida fuori della quale si rende  impossibile muoversi – e sopra tutto evolversi.

Dunque il compromesso vivrebbe nel nominare le cose purché queste non vengano perentoriamente identificate nel nome. Poiché le cose occorre che vengano nominate, è esatto. Ma, le cose, non sono il nome.


Riferimenti alla ricerca di Freud e Abel:

http://www.nilalienum.it/Sezioni/Freud/Opere/Signantparpr.html


FONTI

  • “Psicoanalisi e società” Sigmund Freud (Paperbacks saggi – NEWTON COMPTON EDITORI, 1987)
  • “Il Gabbiano Jonathan Livingston” Richard Bach (Rizzoli, 2016)

CREDITS

https://cimoinfo.files.wordpress.com

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