Fernweh

La nostalgia dell’altrove

“Mi intimorì la prosecuzione delle condizioni di guerra, e mi prese di nuovo la sensazione di dover fuggire. Lo voglio definire una nostalgia al contrario, un desiderio verso l’ampio invece dell’angusto. Stetti lì, il fiume meraviglioso di fronte a me scorreva così teneramente e amorevolmente verso l’esteso e ampio paesaggio; scorreva verso amici, con i quali, nonostante qualche cambiamento di scena, rimasi sempre fedelmente legato. Provai il desiderio di passare dal mondo estraneo e violento al petto di amici…”
(Goethe, Campagna di Francia)

Accomuna ballerine, scrittori, elettricisti, cuochi, becchini, preti, orologiai, casalinghe, pensionati. In tedesco si chiama “Fernweh” ed esprime, letteralmente, la “nostalgia dell’altrove”. La sensazione di essere nati nel posto o nel tempo sbagliati, oppure l’irresistibile, viscerale richiamo verso un luogo – fisico o temporale – che non abbiamo mai visto, ma che sentiamo essere la nostra vera casa. Da noi questo vocabolo non ha una traduzione ufficiale – un po’ come altri lemmi forestieri “lost in translation” – ma, se vogliamo trovarne una, direi che potremmo usare proprio la parola “richiamo”. Non sto parlando della voglia di mollare tutto che ci assale quando sfogliamo un catalogo di qualche paradiso tropicale, bensì della struggente certezza, ogni giorno delusa, che una di queste mattine, per dirla con le parole di Clare Sainsbury, “un’astronave scenderà dal cielo sull’asfalto di fronte a me, e ne usciranno delle persone che mi diranno: «È stato tutto un terribile errore. Non saresti mai dovuta essere qui. Noi siamo il tuo popolo e siamo venuti per riportarti a casa.»”

Provate a pensare a quei luoghi diventati leggendari nella mitologia contemporanea, come ad esempio la celeberrima Route 66, la monumentale strada che, nelle sue raffigurazioni più potenti, spacca in due lo sconfinato deserto del New Mexico e da decenni rappresenta un simbolo di libertà, adrenalina, sogni, avventura, fuga. Soprattutto per migliaia di giovani che, sulla scia di atmosfere vintage, si mettono in viaggio da tutto il mondo per percorrerla, ripetendo i passi dei pionieri, e poi dei cercatori d’oro, degli Okies in fuga dalla miseria narrati magistralmente da Steinbeck, dei protagonisti degli anni ’50 e della beat generation, e ancora, e ancora, ricalcando in un ciclo infinito i sacri passi di un intero popolo in pellegrinaggio verso la California.

Non per niente, gli americani usano un termine che strizza l’occhio ai cugini teutonici: “hillbilly bone”. Che vuol dire sia aver voglia di guidare per vecchie strade polverose, o magari spararsi un film al drive-in con una ragazza in perfetto stile “ol’ good times”; sia, be’, erezione. Quell’erezione che non riesci a controllare mentre rivedi le tue cugine a una riunione di famiglia. Un po’ come l’“Ostalgie” che provano alcuni tedeschi dell’est per le atmosfere e i prodotti della vecchia DDR.

Eppure, c’è qualcosa di più nel concetto di ”hillbilly bone”, “Fernweh” o “Ostalgie” che sia: un senso di universalità, di condivisione ancestrale. Sì, perché la sensazione che dovremmo essere altrove, o in un altro tempo, non fa differenze d’età né di vissuto. C’è qualcosa nel nostro DNA, una spinta migratoria a cui non possiamo resistere. Vogliamo aprirci al vasto mondo, proiettarci lì fuori, e lo strumento più economico che conosciamo per farlo è il libro.

Parlo per me: da lettrice e autrice, provo spesso questo sentimento. Mi basta recarmi in libreria per sentirmi attraversare da un’aspettativa frizzante. Quale di quei libri, sfogliandolo per caso, mi conficcherà un uncino nell’anima, cominciando a tirare? Quale mi rapirà, piombandomi fin dalle prime righe nell’atmosfera di cui io, ignara, non so ancora di avere un disperato bisogno?

E non finisce qui, proprio come un pasto non si conclude con la scelta dei piatti sul menù. La vera evasione inizia nel momento in cui mi metto a leggere. È questo che cerco in un libro, del resto: una via di fuga per mente e spirito, un mezzo per viaggiare senza indebitarmi per cifre che non potrei pagare. Uno strumento che mi permetta di sentirmi a casa nell’atmosfera, nel tempo e nel luogo che sento miei. Motivo per cui difficilmente scelgo un libro ambientato in Italia. So di essere controcorrente, e vi dirò di più (e qui so che verrò tacciata di alto tradimento alla bandiera): se mai optassi per quel genere di storia, con molta probabilità non la sceglierei scritta da italiani.
Pensateci. Siete in libreria e vi propongono due libri ambientati nella cittadina in cui vivete. Uno è scritto da un tizio che ci abita da cinquant’anni, l’altro da un immigrato giunto da pochi mesi. Quale comprereste? E perché proprio il secondo? Scherzi a parte, non ci sarebbe nulla di male a scegliere il primo: perché avete voglia di vivere la vostra città con gli occhi di un concittadino; perché siete un giovane attratto dalla vita semplice dei nostri nonni (“Fernweh”); oppure perché siete più predisposti a provare il sentimento opposto, ossia “Heimweh”, la nostalgia di casa o della patria.

I motivi per cui io acquisterei il secondo sono semplici: perché conosco la mia città, o credo di conoscerla, e perché non mi interessa, mentre cerco di fuggirne, ripiombare nella stessa prigione, come in una versione realistica di PAC-MAN. Lo so, sono parole forti, ma descrivono come mi sento. Troverei molto più interessante leggere un punto di vista diverso sulla mia città, per averla amata, sognata, finanche odiata. Mi aiuterebbe a capire come migliorarla o semplicemente come la vivono persone con una prospettiva differente dalla mia. Ancora di più mi interesserebbe leggere una storia a sfondo spezzino scritta da un autore straniero che non è mai stato da queste parti. Da fuggitiva letteraria (ma squattrinata), proverei un profondo senso di comprensione e calore nel leggere di un altro malato di “Fernweh” che, oltreoceano, si è spezzato la schiena per ricreare un’ambientazione alla quale lui sente di appartenere.

Questa clausola – il fatto di essersi sfondati di documentazione per ricostruire ambiente, atmosfera e modo di sentire di un determinato luogo o tempo – è l’unica che porrei a qualunque scrittore che volesse cimentarsi, a prescindere dalla propria nazionalità, nell’impresa. Questo perché, e qui torno in patria, veniamo quotidianamente bombardati da pubblicità, film, telefilm e prodotti americani, tanto che ormai qualunque catastrofe naturale o aliena la immaginiamo automaticamente a New York o Los Angeles, per non parlare dei teen drama. Ma non è guardando “Gossip girl”, per citarne uno, che possiamo ricostruire un’intera nazione con tutta la sua complessità e le realtà quotidiane, così come un americano sarebbe un folle se ritenesse di saper ricreare un’ambientazione italiana convincente dopo aver visto “Gomorra”. È necessaria una serissima e spesso estenuante opera di ricerca fra libri, quotidiani, blog di autoctoni e di viaggiatori, magazine, Youtube, pubblicazioni giornalistiche, saggi, interviste, forum, contatti a distanza, per non parlare della cosa migliore da fare: sborsare qualche migliaio di euro e andare a vivere per qualche mese nel luogo di cui desideriamo scrivere, una scelta che ad esempio è stata presa da Giorgio Faletti, il quale nel 2005 passò due mesi fra Utah e Nevada per potersi preparare per la stesura del suo nuovo romanzo.

Una possibilità, questa, che non tutti hanno. Io per prima, ma questo non fa che acuire i miei sintomi e portarmi a documentarmi con maggior perizia, piuttosto del contrario. Un contrario rappresentato dalle molte storie che giungono oggi alle case editrici, spesso ambientate in un guazzabuglio di luoghi comuni sulla cultura americana, con personaggi con nomi come Cindy (quasi sempre sfigata o cheerleader), John (quarterback) o Tommy (sfigato in versione maschile, con tanto di club degli scacchi o banda scolastica alle spalle). Il che, se a un lettore italiano potrebbe far sorridere, a uno americano farebbe storcere il naso.

Tempo fa lessi, su un forum americano, l’opinione di un contributore che cito e traduco: “For example, in his first book, John Connolly has his native-NYer characters spending a great deal of time running around the city, and it’s painfully obvious that, while his research was impeccable, the experiences are not authentic. Somebody who is a native wouldn’t be hanging out at obvious tourist traps and restaurants that have extensive Wikipedia articles written about them.” E cioè: “Per esempio, nel suo primo romanzo, John Connolly ha fatto sì che un suo personaggio newyorkese passasse un sacco di tempo a zonzo per la città, ed è dolorosamente ovvio che, nonostante le ricerche condotte dall’autore fossero impeccabili, le esperienze non fossero autentiche. Qualcuno nativo di New York non si aggirerebbe mai tra negozi che sono trappole per turisti e ristoranti di cui esistono lunghi articoli su Wikipedia.”

Un’altra cosa poco plausibile sarebbe leggere una storia ambientata negli USA (soprattutto fino al 2015) e non trovare personaggi senza almeno un dente: prima del 2016, quando il dato è schizzato al 77% sul totale, solo poco più della metà della popolazione americana riceveva benefit per la copertura assicurativa odontoiatrica. A oggi, a oltre metà degli statunitensi manca almeno un dente e un ottavo della popolazione ne è del tutto priva. Sono piccoli dettagli, spesso difficili da reperire, ma fondamentali per ricostruire un tempo e un luogo in maniera credibile. Se in dubbio, un consiglio potrebbe essere quello di utilizzare un personaggio italiano che si muove in quell’ambientazione, in modo da rendere più digeribili alcuni dettagli. In fondo, non si tratta che di applicare le regole del genere fantastico. Pensate a Harry Potter: di sicuro J. K. Rowling ci teneva a stupire i suoi lettori mostrando le meraviglie di Hogwarts, ma non avrebbe potuto farlo se avesse scelto come protagonista un mago consapevole. Meglio Harry, ignaro dell’esistenza degli incantesimi, perché i suoi occhi sono in grado di filtrare l’ambientazione e ricoprirla di una patina dorata di stupore. Un altro esempio sono gli autori di romanzi storici: qual è la differenza fra voler ricreare l’America contemporanea e l’antica Grecia? Bisogna solo documentarsi, documentarsi e documentarsi. Anzi, gli autori di romanzi storici non hanno nemmeno la possibilità di viaggiare nel tempo, neanche disponendo di sufficienti risorse economiche; e di certo non tutti possono o vogliono utilizzare come protagonista un connazionale contemporaneo che si ritrovi nel passato, perché in quel caso il genere si trasformerebbe in una commistione tra fantastico, storico e fantascienza.

Come intuirete, in tutti questi casi la documentazione pre-stesura è una fase massacrante, che talvolta prende anche anni. Comprensibile, in quest’ottica, che parecchi autori non si azzardino a travalicare i confini nazionali; comprensibile anche che la maggioranza degli editori italiani non apra nemmeno i manoscritti che gli arrivano, se l’ambientazione proposta è a stelle e strisce.

Eppure, c’è chi è riuscito nell’impresa, e con successo, oltre al già citato Giorgio Faletti. Nella seconda parte dell’articolo, in uscita giovedì prossimo, scopriremo insieme i nomi, le suggestioni e le citazioni dai romanzi degli scrittori malati di Fernweh.

Il viaggio letterario continua…


ALICE BASSI

Alice Bassi è nata a La Spezia nel 1987. Formatasi nei corsi di editing e scrittura di Francesca de Lena e Michele Vaccari, lavora come editor, insegna scrittura creativa e organizza presentazioni di libri ed eventi culturali. Nel 2015, una versione precedente di “W.”, il suo primo romanzo, è stata finalista al Premio Neri Pozza. Il suo racconto “Quelli nei muri” si trova in “Strane creature – vol. 1” (Watson, 2018). Nel 2020, altri suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste letterarie (Il rifugio dell’Ircocervo, Split, Crack). Nello stesso anno, “Che Dio vi benedica” è stato uno dei racconti segnalati dalla giuria del Premio Robot. A luglio 2020, il suo racconto “Blueberry Pie” ha vinto la pubblicazione su un numero speciale di Crack in uscita a settembre.


FONTI

3 COMMENTS

  1. Ogni volta che mi trovo a leggere un testo, narrativa, poesia, in questo caso articolo giornalistico, mi affascina la vastità culturale dell’autrice e la sua capacità espressiva.
    Ottima la descrizione visiva iniziale

  2. Leggere questo articolo fa capire quanto possa essere complicato cimentarsi nella scrittura di un racconto o romanzo.
    Documentarsi a fondo credo che sia indispensabile, e concordo con Alice Bassi quando scrive che forse molti preferiscono ambientare le proprie storie in patria.
    Questo articolo, però, mi ha fatto anche capire che anch’io sono una persona che ha nostalgia dell’altrove (Fernweh)!
    Non ho mai apprezzato un libro ambientato dalle mie parti, né tantomeno sono tentata di acquistarlo, e, quando ho cercato di scrivere qualcosa, ho sempre scelto un’ambientazione diversa, lontana!
    Quando si legge un libro si intraprende un viaggio, e, se ho la possibilità di farlo, mi piace ammirare luoghi nuovi, modi di vivere la vita diversi; persino scegliere un nome per i miei personaggi diventa più interessante.
    Non sono una grande viaggiatrice, ma, quando intraprendo un viaggio, cerco sempre l’altrove.
    Attendo con interesse la seconda parte di questo articolo!

  3. Brava Alice ! La stesura impeccabile di questo articolo lascia veramente capire ai più, le tante difficoltà che si incontrano quando una persona si dedica ad un’attività con serietà, responsabilità e metodo.
    Inoltre, riscontro una crescente maturità espressiva rispetto ad altre letture.
    Personalmente non vivo questa “questa nostalgia dell’altrove” e quando leggo un libro o guardo un film mi soffermo sulla qualità dei dialoghi, sull’ espressivita’ degli attori, sulla fotografia o nella capacità dell’autore di comunicarmi emozioni, che è quello che in fondo cerco.
    Attendo di leggerti ancora.

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