Fernweh

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Al termine della prima parte dell’articolo ci eravamo lasciati con la curiosità di scoprire quali fossero gli autori malati di Fernweh, quelli asintomatici e quelli per i quali non c’è più speranza.

La volta scorsa abbiamo parlato di Giorgio Faletti, ma non è certo l’unico. Pensate a John Grisham, che ha ambientato “The broker” in parte a Bologna dopo aver compiuto tre vacanze consecutive (in luglio, agosto e settembre), lasciandosi ispirare dalla sua atmosfera e contando addirittura il numero delle arcate del portico di San Luca: 666. La Mazzantini ha ricostruito, in “Venuto al mondo”, gli eventi e l’ambientazione della guerra in Jugoslavia, asserendo in un’intervista di aver vissuto quel conflitto da neomamma, incollata ai notiziari che parlavano degli orrori che stavano accadendo a pochi chilometri da casa sua, dall’altra parte dell’Adriatico. Salgari fu un grande viaggiatore virtuale: si mosse pochissimo, ma studiò a fondo libri e atlanti per ambientare le sue storie in luoghi esotici come la Malesia, le Antille, l’Oceania e non solo.

Salgari

Vogliamo parlare della Parigi ricostruita da Dan Brown, tralasciando l’imprecisione sul posizionamento geografico di Rue Haxo? Lui ha vissuto molto all’estero, è vero, ma non in Francia. In compenso, ad aiutarlo nelle ricerche c’era la moglie, una storica, grazie alla quale Brown è riuscito ad ambientare le sue trame anche in Italia e in Turchia. Barbero, noto saggista, ha scritto un libricino di racconti tutti di sapore di luoghi e tempi diversi, “New York 14esima”. Di recente, Elizabeth Strout ha ricostruito una comunità somala nel Maine e ha fatto un buon lavoro. Raymond Carver, fuori dagli USA, ha conosciuto prosperità soprattutto nel Bel Paese grazie al coraggio dell’allora giovane casa editrice Minimum Fax, la quale pubblicò alcuni suoi racconti e poesie, come ricordato da Riccardo Duranti, traduttore della sua opera omnia: “In Italia c’è sempre stato un ambiente letterario asfittico e tradizionale, per cui una cosa che esce fuori dagli schemi suscita perplessità oppure entusiasmi, a seconda di chi si adegua o si ribella.

E come non menzionare Banana Yoshimoto? Non solo ha ambientato “I fiori e il temporale” tra Sicilia e Toscana, ma particolare rilevanza assume “Un viaggio chiamato vita”, edito da Feltrinelli nel 2013, in cui l’autrice racconta impressioni e considerazioni su varie esperienze, soprattutto di viaggio. A tal proposito vale la pena di riportare un pezzo che si riferisce a Palermo:

Poco tempo fa, sono andata per la prima volta in Sicilia. Siccome mi era stato detto da tutte le persone che conoscevano l’Italia che Palermo è una città pericolosa […], stavo in guardia più o meno come quando sono andata in Sud America. Ma nel momento stesso in cui ho messo piede a terra in aeroporto, mi sono resa conto che era tutto così bello che non mi importava più di niente. Il cielo azzurro e le montagne maestose. Di sera la strada che portava in città era bloccata dal traffico, ma nella luce di quel tramonto c’era una bellezza dimenticata, di cui avevo come nostalgia. La sensazione di pace quando la giornata volge al termine, la felicità di tornare a casa, e quindi la felicità di vivere in quella terra: doveva essere questo ciò che la gente provava. […] Circondati da quel sole e da quell’azzurro, è naturale che nasca quel gusto particolare per la ceramica azzurra e gialla. Quando la si trasferisce nell’umidità del Giappone, diventa fredda. Desideravo con tutto il cuore vivere in quella città, gustare il vino sul calar della sera, e mangiare insieme alle persone a cui voglio bene. […] Abbiamo passeggiato per la città, osservato strane chiese in cui diverse culture si mescolavano in modo bizzarro, ci siamo immersi nel silenzio dei chiostri, abbiamo partecipato ai festeggiamenti per la Pasqua, mangiato tra le risate, bevuto un po’ troppo, girato per i mercati. Le persone dei quartieri poveri si affacciavano alla finestra e mentre chiacchieravano si divertivano a guardare la strada. E gli immigrati osservavano in silenzio la loro fede, sotto quel cielo meraviglioso, chiaro nonostante fosse ormai sera. Quel modo di vivere ha lasciato in me una sensazione che non dimenticherò facilmente. Ebbi l’impressione di vedere riconfermata la formula “questa è la vita che fa per me”. Perché in Giappone questo non succede? mi sono chiesta”.

Palermo

Allo stato attuale, il mercato editoriale italiano tende a scoraggiare questi esperimenti. Non che sia una colpa: semplicemente, lo stato di salute del mercato non incentiva a sperimentare. Chi vende libri deve sapere di poterli vendere. È una necessità comprensibile, quella di sopravvivere, che mi fa sentire affine a chi deve prendere la scelta di sacrificare una scommessa su una letteratura di nicchia a fronte di una “grande uscita”. In fondo, è come mi sento anch’io ogni giorno, mentre conto i risparmi e so che nemmeno quest’anno potrò finalmente “tornare a casa”.

Il fatto è che gli italiani – quelli che leggono, una percentuale drammaticamente bassa (29,8 milioni su il totale di 60,59 milioni, dati AIE relativi al 2018) – preferiscono acquistare romanzi e racconti di autori nostrani, relegando gli stranieri al 37%; dai dati raccolti (ISTAT, dati 2015) emerge che nel nostro Paese si acquistano principalmente romanzi e racconti (con una tiratura media di 40.233 copie l’anno). I gialli, un genere che da sempre esercita un certo fascino sugli italiani, rimangono al secondo posto, seguiti dai libri di cucina al terzo posto e dai dizionari al quarto. E, non so voi, ma guardandomi in giro noto, soprattutto, una predilezione per storie ambientate in Italia. Saghe familiari sullo sfondo della nostra splendida Napoli, ad esempio (basti pensare allo straordinario successo della saga de “L’amica geniale” di Elena Ferrante, o a titoli di altissimo pregio e che hanno ottenuto una grande risonanza nel pubblico, come ad esempio “Giovanissimi” di Alessio Forgione), o in altre notevoli città che fanno parte del nostro patrimonio culturale e territoriale.

Naturalmente, sui gusti non si discute. Io, ad esempio, nasco come lettrice seriale di romanzi americani, horror, weird e fantascienza, in particolare Urania. Sono stata allattata a suon di episodi de Ai confini della realtà (rigorosamente in bianco e nero); a nove anni per Natale ho chiesto la VHS di Nightmare Before Christmas, che poi nessuno dei miei compagni ha voluto guardare con me. Un caso a parte, insomma, uno su cui ormai c’è poco da fare. C’entrerà qualcosa il fatto che i generi succitati, insieme al fantasy e al fantastico, siano quelli che più faticano a decollare in Italia? Sarà un caso che io sia malata di “Fernweh”?

Forse. Di sicuro i fattori sono plurimi e non tutti legati alla letteratura. Fatto sta che, in un contesto editoriale di questo tipo, gli autori italiani, a loro volta, hanno dovuto (e magari voluto, perché no?) agire di conseguenza – senza però smettere di confrontarsi sulla questione. C’è un grosso forum di scrittura che frequento, ad esempio, in cui ogni tanto rispunta fuori il tema: Italia agli italiani – o meglio, italiani all’Italia? O possiamo azzardarci a scriverne a casa loro?

Scrivere

In molti asseriscono di ambientare in modo naturale le proprie storie nel luogo in cui sono nati, cresciuti o in cui vivono semplicemente per il fatto che li amano profondamente. Si sentono a casa e vogliono accogliere, come perfetti ospiti, i curiosi e gli innamorati dell’Italia di tutto il mondo. Altri, invece, ritengono che la scrittura sia governata da leggi e una delle più importanti afferma che bisogna scrivere di ciò che si conosce – ed è qui, personalmente, che avverto un cigolio.

Per me, la verità è, semmai, opposta: si dovrebbe conoscere ciò di cui si scrive. Oserei dire che bisogna scrivere di ciò che ci chiama, che ci appassiona; perché, se proviamo amore per ciò di cui vogliamo occuparci, saremo spinti a compiere il massimo sacrificio in termini di energie e tempo.

Naturalmente, non sono contraria allo scrivere dell’Italia rivolgendosi agli italiani; tutt’altro. Se provo a immaginare la letteratura mondiale, mi viene spontaneo rappresentarla come una libreria. Su ogni scaffale c’è la targhetta per ogni Paese, e sopra una serie di libri scritti da autori autoctoni, così da offrire una mappatura mondiale del sentire, del sognare e del vivere quotidiano. Una miniera preziosa senza la quale i malati di “Fernweh” non potrebbero alleviare la loro sete. Ma penso anche ai semplici lettori, che hanno – e dovranno avere sempre – il diritto di voler conoscere i vari Paesi, anche il proprio, attraverso le parole di chi quei luoghi li conosce e può giustamente rappresentarli.

Ciò che reclamo, e che auspico, è però che quel diritto non vada a oscurare quello di poter scrivere storie ambientate altrove e vederle pubblicate, a patto di aver svolto un ottimo lavoro di documentazione. Il tutto col supporto professionale delle case editrici, che svolgono un lavoro fondamentale nella selezione, nella promozione e nell’orientamento di ciò che arriva al grande pubblico. Certo, perché non sarebbe bello se, accanto agli scaffali di narrativa, saggistica, thriller, romanzo storico e via discorrendo esistesse uno spazio – piccolo, largo appena a contenere un pugno di sogni e qualche goccia di sudore – con su scritto, in belle lettere: NARRATIVA DI FUGA, con una serie di libri proposti da editori che avrebbero fatto un controllo a monte della qualità del lavoro svolto?

Io credo di sì. E già mi vedo, stampata sulla parete della libreria dedicata alla narrativa di fuga, questa citazione di Gerald Gould: “Oltre l’est l’alba, oltre l’ovest il mare. E tra l’est e l’ovest la sete del viaggiatore che non mi dà pace.”

viaggiare


ALICE BASSI

Alice Bassi è nata a La Spezia nel 1987. Formatasi nei corsi di editing e scrittura di Francesca de Lena e Michele Vaccari, lavora come editor, insegna scrittura creativa e organizza presentazioni di libri ed eventi culturali. Nel 2015, una versione precedente di “W.”, il suo primo romanzo, è stata finalista al Premio Neri Pozza. Il suo racconto “Quelli nei muri” si trova in “Strane creature – vol. 1” (Watson, 2018). Nel 2020, altri suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste letterarie (Il rifugio dell’Ircocervo, Split, Crack). Nello stesso anno, “Che Dio vi benedica” è stato uno dei racconti segnalati dalla giuria del Premio Robot. A luglio 2020, il suo racconto “Blueberry Pie” ha vinto la pubblicazione su un numero speciale di Crack in uscita a settembre.


FONTI

2 COMMENTS

  1. Hai completato l’articolo esplicitando con cura i vari punti di vista sulla “nostalgia dell’altrove”.
    Sono completamente d’accordo con te sul fatto che tutti, scrittori e lettori, devono avere e/o trovare il loro spazio, tale da assecondare grandi passioni e travolgenti emozioni, nonché rincorrere e, mi auguro, raggiungere i propri sogni.
    Sono convinto che chi fa il proprio mestiere mettendoci l’anima, alla fine riesce a trasmetterlo agli altri, trovando la chiave del proprio successo.

  2. Ho appena completato la lettura della seconda parte del tuo articolo.
    Leggere dei vari scrittori che si sono cimentati con libri ambientati in luoghi diversi ha rafforzato ancora di più la mia idea dell’altrove.
    Fare un bel giro del mondo è sempre la cosa a cui aspiro di più, non riuscirei mai a leggere o ambientare racconti sulla città o nazione dove vivo. Ogni volta che devo acquistare un libro, per me è come scegliere il luogo dove passerò un po’ del mio tempo, dove potrò conoscere angoli a me sconosciuti, dove ascolterò lingue diverse, scoprirò usanze varie e nuovi sapori.
    Un libro ambientato altrove è come assaggiare un cibo nuovo, come respirare un nuovo profumo.

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