La scelta dei racconti

«Il compito dello scrittore di racconti è di investire quel qualcosa di appena intravisto con tutto ciò che è in suo potere. Deve metterci tutta l’intelligenza e tutta l’abilità letteraria che possiede (il suo talento, insomma), tutto il suo senso delle proporzioni e della forma: di come le cose sono realmente e del modo in cui lui – e nessun altro – le vede».[1]

Così scriveva Raymond Carver, da molti considerato il “Čechov americano”, all’interno del volume Il mestiere di scrivere, una raccolta di lezioni, suggerimenti e considerazioni sulla scrittura concepita come un intenso accordo tra intuizione, talento e pratica. Carver, nato in Oregon nel 1938 da una famiglia della lower-middle class, conosce presto il significato del duro lavoro, necessario a mantenere una famiglia, ma nutre anche una profonda ambizione, dirà infatti alla sua prima moglie: «Non avevo mai sentito nessuno affermare con convinzione voglio fare lo scrittore».[2]

Carver frequenta diversi corsi, alternandoli a quelli che lui stesso definisce più volte «lavori di merda». È in questo modo, però, che trova la forma d’espressione a lui più congeniale: il racconto. La brevità, infatti, non rappresenta solo una scelta di stilistica, ma anche una decisione pragmatica: «cose brevi, avrei potuto sedermi e, con un po’ di fortuna, scrivere rapidamente e farcela»[3]. Il racconto si concilia infatti con i pochi momenti liberi, un matrimonio difficile, le urla dei figli e la dipendenza dall’alcol.

Una vita, quella di Carver, che emerge nel realismo dei suoi testi. Sono anni in cui l’autore annaspa, per poi riaffiorare con la pubblicazione di Vuoi star zitta per favore?, il volume “svolta” del 1976: Carver ha «trentasette anni, due figli già grandi» e può diventare lo scrittore che ha sempre desiderato essere. Questa prima raccolta di racconti viene candidata al National Book Award; Carver smette di bere e, poco dopo la separazione da Maryann Burk, incontra la poetessa Tess Gallagher. Il successo anelato arriva poi nel 1981 con Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, nota raccolta che consacra Carver come autore di racconti e che anticipa il volume Cattedrale, considerato il suo capolavoro, anch’esso candidato al National Book Award e, in seguito, al Premio Pulitzer. L’ultima raccolta edita, Da dove sto chiamando, è invece una selezione di racconti voluta dallo stesso autore, poco prima della morte, nel 1988.

«Tutto questo si ottiene attraverso l’uso di un linguaggio chiaro e preciso, un linguaggio usato in modo da infondere vita e dettagli che illuminino il racconto per il lettore. Perché i dettagli siano concreti e carichi di significato, è essenziale che il linguaggio sia dato in maniera quanto mai accurata e precisa. Le parole possono essere precise anche al punto di apparire piatte, l’importante è che siano cariche di significato: se usate bene, possono toccare tutte le note».[4]

Attenzione metodica al particolare, alla cura e all’analisi dei testi rappresenta per lui la prassi necessaria alla nascita di un buon racconto. Carver verrà spesso identificato come un “minimalista”, enfatizzato dall’editor Gordon Lish (dal rapporto tra i due è nata una querelle editoriale tra le più famose), che in seguito rinnegherà definendosi piuttosto “precisionista”. Nei suoi testi Carver parla di gente normale, ordinaria, uomini e donne che pensano a come arrivare alla fine del mese, con una naturale disillusione verso il “sogno americano”. I temi affrontati sono tanti: solitudine, esaurimento fisico e mentale, crisi dell’individuo estesa all’intera famiglia, senso di angoscia, di minaccia. E sono altrettante le epifanie che colgono i personaggi nel corso dei racconti, rivelando momentanee prese di coscienza. Così Carver realizza uno dei più grandi insegnamenti del suo autore prediletto, Čechov, che sottolinea l’importanza di prestare occhio agli strati più bassi della società. In questo modo è possibile cogliere ciò che nell’ordinario è straordinario. Ed è proprio quello che ha fatto Raymond Carver nei suoi racconti, cogliendo la vita con profonda onestà e con uno sguardo, diretto a ciò che “appena si intravede”, che risulta oggi ancora inestimabile.

«Uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e dare espressione artistica a quella sua maniera di guardare le cose, quello è uno scrittore che durerà per un pezzo».[5]

(In evidenza una delle illustrazioni di Alessandro Gottardo per la copertina di Da dove sto chiamando, Einaudi, 2014. Copyright ©Shout –  alessandrogottardo.com).

FONTI

  • [1] Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi, Torino 1997, in Raymond Carver, L’incisore della vita, a cura di Antonio Lanza, Edizioni Clichy, Firenze 2018.
  • [2] Raymond Carver, a cura di A. Lanza, op. cit.
  • [3] Paolo Cognetti, He said, she said. Il lungo apprendistato di Raymond Carver, in Raymond Carver, Vuoi star zitta per favore?, Einaudi, Torino 2009.
  • [4] Raymond Carver, a cura di A. Lanza, op. cit.
  • [5] Ibidem.

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