racconto

Il racconto

Lungo la statale Tosco Romagnola c’è questa casa diroccata al cui interno è cresciuto un fico. Le sue fronde sbucano dalle crepe, dai muri mezzi crollati, dalle finestre di cui è rimasto solo il buco rettangolare. Le foglie si sono accomodate come padrone e da lontano sembrano persone affacciate intente a parlottare fra loro.
Da ragazzo ci andavo a disegnare dopo la scuola, nei pomeriggi solitari, quando non mi andava di uscire col gruppo. Era un posto dove nessuno veniva a cercarmi.
Quando avevo undici anni, la zia Rita, che poi era la zia di mio padre, mi raccontò che nella casa del fico abitava un ragazzo della mia età. Ma ricordava a pezzi com’era andata e a volte andava in confusione. Babbo diceva che non ci stava più con la testa e che sulle sue storie non si poteva fare troppo affidamento. Lei però ricordava questo tipo secco secco con gli occhiali spessi che faceva la strada di casa chiacchierando da solo a testa bassa. A scuola lo prendevano in giro perché era un po’ scemo. Più che scemo doveva essere un solitario, un introverso. Zia Rita diceva che a volte i compagni di scuola lo inseguivano fino all’uscio di casa e gli davano un sacco di legnate.

“- Avanti, chi vuole dire qualcosa sui legumi?
Alziamo la mano in due. Ma la Mauri chiama Cristiano, il prediletto, che sfoggia a mento alto tutto il suo misero repertorio. Poi si gira verso di me e mostra il dito medio. Li so a memoria anch’io, i legumi, stronzo.
Phaseulus, Pisum sativum, Cicer arietinum …”.
Cristiano non è capace di elencare tutti i sottordini di Lepidoptera. Fa tanto il ganzo, sa quattro cose così, ma poi su quelle più difficili si caca addosso. Lui sa fare solo scemenze, come misurarsi il pisello e dire che ce l’ha più lungo degli altri. E siccome io non gli do spago, all’uscita di scuola mi tira per la maglia, mi butta in terra e mi chiama finocchio di merda. A volte mi prende pure a calci, ma di solito riesco a scappare prima che mi faccia troppo male.
Zeugloptera, Aglossata, Eterobathmiina, Glossata…
I ragni però mi garbano più dei Lepidotteri.
Il mio ragno è un gran lavoratore. Ieri gli ho portato due mosche vive catturate nel bagno della scuola e si è dato un gran daffare ad abbozzolarle per l’ora del pasto. Oggi, appena sono entrato in mansarda e sono andato a sbirciare nel suo angolo si è infilato nel cunicolo di tela. Delle due mosche è rimasta a vista solo una zampa, ma so che presto sparirà anche quella. Se lo vede mamma comincia a gridare, per fortuna si è rifugiato in questo angolo buio, dove il tetto è più basso e non arriva nemmeno la granata. Per guardarlo devo fare luce con l’accendino rubato in cucina.
Tegenaria domestica, detto Tegy, sei un gran bel ragno. Quanto vorrei che fossi velenoso. Ti porterei a scuola e t’infilerei nella cartella di Cristiano o di quella smorfiosa di Luisa che gli corre sempre dietro. Oggi erano nascosti nel bagno dei maschi a fare le porcherie. E quando si sono accorti che ero nel gabinetto accanto, Cristiano è venuto a prendermi per i capelli e mi ha buttato in terra. Mi ha strusciato la faccia in una pozzanghera di piscio, e quella scema si è messa a ridere.
Quanto mi piacerebbe, Tegy, che tu gli dessi una bella lezione. Ma sei innocuo. Brutto, spaventoso ma innocuo. E io non so davvero che farmene di te, della tua tana, delle mosche che hai conservato per la colazione. Che me ne faccio di un ragno buono a nulla, capace soltanto di costruire cunicoli e nascondercisi dentro? Meglio morire che non servire a nulla. Meglio bruciare vivi”.

Il nonno del mio amico Gianpi, qualche giorno dopo, mi disse che era tutto vero: in quella casa ci abitava una famiglia a modo, con un figlio ch’era – disse lui – una mezza sega. E raccontò a me e a Gianpi che stava chiuso pomeriggi e nottate intere a studiare in mansarda e che nemmeno i suoi genitori riuscivano mai a stanarlo da lì. Suo padre faceva il postino e la mamma era casalinga. Pare che il ragazzo fosse un patito delle scienze, che sapesse a memoria il nome scientifico di un sacco di insetti. La mansarda doveva essere piena di libri e quaderni. Il nonno del mio amico disse che morirono tutti in un incendio. La casa prese fuoco nella notte. Nessuno ha mai saputo come.


L’autrice

Giusi D’Urso 

Nata a Messina, vivo a Pisa, faccio la nutrizionista, ho un marito e due figlie. Lettrice instancabile (in realtà, compulsiva), appassionata da sempre alla scrittura. Quando ho una storia da raccontare non riesco a distrarmi finché non ho provato a raccontarla. Esercito le mie parole sul mio blog #secondapelle.


L’immagine

Dalila Amendola

Mi chiamo Dalila, ho 24 anni e sono nata e cresciuta nella provincia di Salerno, Battipaglia (SA). Fin da piccola appassionata al mondo dell’arte, decisi di iscrivermi al Liceo Artistico per inseguire la mia passione. Dopo il diploma mi sono trasferita a Pescara dove ho conseguito la laurea triennale in “Disegno Industriale” presso l’ISIA ROMA DESIGN con sede decentrata, e qui ho iniziato ad approfondire gli studi nel campo della progettazione, sia di Product che di Comunication Design.

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