Parlo poco di Voce. Cerco di evitarlo.
Ho deciso di rinchiuderla in un cassetto e non riaprirlo più.
Fuori dalla mia vita.
Non ne volevo più sapere di quella lì, dopo tutto quello che mi ha fatto.
Ma io, Voce, non l’ho mai perdonata in realtà. Dopo tutto quello che mi ha fatto.
io che avevo cercato solo di aiutarla.
Ma Voce cambiava mai, per quanto lo desiderasse e per quanto ne soffrisse. Non ci riusciva proprio lei. Piangeva giorni interi e poi d’improvviso faceva come se nulla fosse: «Sto bene, non mi importa!», ma io sapevo che stava mentendo. Era una ragazza insicura, lo so.
Ma questo non significa che dovessi sorbirmi tutti gli insulti che mi vomitava addosso.

Mi viene in mente un film intitolato “Amore a prima svista”. Demenziale, scusate, lo so. E in realtà il film non l’ho manco visto, mi è bastato il trailer per capire che non era il mio genere.
Però ha un suo che. Il protagonista, Hal, si innamora di una ragazza di nome Rosemary.
Fin qui nulla di strano. La cosa interessante, però, è che Hal non vede la ragazza come appare nella realtà: una donnona di più di cento chili che malapena riesce a camminare. Rosemary viene vista solo per questo, null’altro, da tutte le persone che la incontrano.
È come se avesse un marchio appiccicato addosso: nessun riesce a vedere nient’altro se non quel marchio. Che lei poi abbia un bel viso, una bella risata e che sia divertente e intelligente poco importa.
Rosemary è solo questo: obesa.
Mi chiederete cosa ha a che fare tutto questo con la mia amica Voce. Ma in realtà Voce assomiglia a Rosemary più di quanto crediate.
Voce non era obesa, no. Anzi, Voce era una bellissima ragazza, magra, bionda e un sorriso smagliante. Sembrava avere tutto.
Il problema era che, appena apriva bocca, la gente scappava quasi disgustata, se non addirittura spaventata. Non avete idea quanto la gente ridesse di lei: il suo nome era conosciuto in tutta la scuola. Proprio come Rosemary, Voce aveva il suo marchio e tutti la vedevano solo per quello.

Io e Voce eravamo grandi amiche. Non avevamo nessun segreto. Inseparabili.
È stato così finché lei non ha deciso che era tutta colpa mia:
«Nessun segreto tra di noi!» mi iniziò a urlare contro: «E per tutto questo tempo non me lo hai detto! Ti sei presa gioco di me!».
Io non sapevo proprio cosa risponderle. Non avevo mai notato nulla di strano in lei. Glielo avrei detto se no, davvero. Ma lei si era fatta i suoi calcoli ed era arrivata alla conclusione che sì, io l’avevo tradita.
Non me ne faceva passare una.
Era colpa mia se tutti la prendevano in giro, colpa mia se i compagni di scuola dicevano che sarebbe stata bella “finché non avesse aperto bocca”. E come se non bastasse, alla mia già constatata colpevolezza, si aggiungeva il fatto che io, invece, quel problema non ce lo avevo.
Era colpa mia anche questo.
E Voce non era una ragazza comprensiva, diciamocelo. Non appena i ragazzi ci salutavano, ecco che partiva in quarta: «Lo hai fatto apposta eh? A farglielo notare. Non se ne sarebbero accorti se tu non avessi fiatato!» e non mancava mai di ricordare il mio Peccato Originale: «Se me lo avessi detto anni fa tutto questo non sarebbe successo!» per concludere con un bel: «Mi hai rovinato la vita!».
Grazie, ti voglio bene anche io.
In ogni caso, io non l’ho mai mandata a quel paese come avrei dovuto, anzi. Ancora più scema, me ne stavo lì zitta zitta ad incassare ogni suo colpo. Le chiedevo pure scusa.
Mi sono fatta in quattro pur di aiutarla. Una volta l’ho pure accompagnata in ospedale, pensate. Mi pareva una buona idea. E avreste dovuto vedere quanto era entusiasta Voce. Sembrava convinta di risalire l’inferno e io, per un attimo, ero diventata il suo angelo custode Ma mi stava solo prendendo in giro, la solita. Se ne è rimasta lì bella quieta a guardare il dottore, ascoltando i suoi consigli e annuendo sorridente.
Era davvero convincente la ragazza.
Salutato il dottore, dopo cinque minuti se ne è uscita con: «Quello lì non ci capisce niente, io non li faccio quegli esercizi da ebete».
Quella volta gliene ho dette di santa ragione, non ho proprio resistito: «Brava, non fare niente, ma allora non lamentarti se la gente scappa!».
Mai glielo avessi detto.
È scoppiata in lacrime, non la smetteva più. Un torrente in piena.
E io subito a scusarmi, chiaro. Come sempre.
Che stupida. Ovvio che Voce non ha aspettato un secondo per lanciarmi la sua furia addosso: «Facile per te dire così. La gente non scappa quando parli, non ride di te. Facile la tua vita! Io invece vivo ripudiata dal mondo e tutto questo per colpa tua!».
Come se non lo avessi ancora capito, grazie.
Non ce la facevo davvero più.
Era troppo.
Io, che le ero sempre stata accanto, che l’avevo sempre sostenuta, che l’avevo persino accompagnata all’ospedale. Sì, io, dovevo essere sempre e comunque la colpevole.
Per qualche secondo siamo rimaste in silenzio.
È bastato il mio sguardo a farle capire che quello era un addio.
È bastato il suo per capire che era d’accordo.
È stata l’ultima volta che ho l’ho vista, poi l’ho rinchiusa nel cassetto e non ne ho più parlato.

So che Voce ha tentato di fuoriuscirne ancora per un po’. So che è andata da vari medici, ma che finiva sempre per dar loro degli ignoranti che non ci capivano un bel niente del suo problema.
So che ha provato a farlo lei da sola.
Una volta si è registrata per ascoltarsi. Questa fa ridere. L’ultimo vocale che ho ricevuto da lei.
Sapete cosa mi ha detto?
«Ho la prova della tua colpa! Ho registrato il mio canto e sai cosa ho sentito? La tua voce! E sai perché? Perché tu me l’hai rubata!».
Avevo tutto il diritto di rinchiuderla in quel cassetto.


DALILA AMENDOLA

Ritorna con le sue illustrazioni Dalila, sempre capace di cogliere il significato nascosto dei nostri inediti.

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