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Sarà un viaggio lento, senza fretta. Vogliamo prenderci il tempo per ascoltare le storie di uomini e donne che hanno scommesso sulle piccole comunità, sulla diversità culturale, sulla terra e su tutte le risorse che il nostro territorio può offrirci.

Questo è quello che abbiamo scritto prima di partire per il nostro viaggio.

Ora siamo tornati e queste parole, che all’inizio sembravano ispirazioni e speranze, le possiamo scrivere nero su bianco. Perché sì, ora quel viaggio lento, senza fretta, lo abbiamo concluso. Sì, abbiamo ascoltato chi è rimasto, chi è ritornato e chi ha iniziato un cammino controcorrente. In questi ventotto giorni abbiamo ascoltato diversi punti di vista. Ora tocca a noi. Per questo motivo, dopo un cammino insieme, dove la narrazione l’abbiamo voluta creare condivisa e in continuo confronto, adesso abbiamo deciso di scrivere il nostro punto di vista individuale. In questo testo desideriamo tirare un po’ le somme di quello che abbiamo guardato con i nostri occhi, percepito sulla nostra pelle, in un viaggio verso un Italia che cambia.

Io, Gregorio

Negli ultimi anni, la mia prospettiva sul mondo è cambiata molto e mi accorgo di essere spesso lontano dalle idee in cui sono cresciuto, alla ricerca di qualcosa di nuovo che è insieme elettrizzante ed incerto. Mi trovo spesso a guardarmi intorno e ad interpretare ciò che mi circonda in funzione dei limiti della nostra società e delle possibilità per raggiungere il sogno di una società migliore.
Osservo, osservo e osservo. Quasi in modo ossessivo, tutto diventa motivo di ricerca.

A Borgo! mi ha permesso di fare un viaggio di ricerca e di speranza. È stato un viaggio che forse racchiude e rappresenta il mio cambiamento personale degli ultimi anni e che ha riprodotto, in piccolo, quella società che tanto sogno.

Con Milena ci siamo lasciati trascinare dalla corrente dei luoghi e delle persone che abbiamo incontrato. Ci siamo fidati lasciandoci scivolare nelle mani delle comunità che ci si presentavano lungo la strada. L’istinto ci ha aiutati e l’apertura verso l’altro, lo sconosciuto, ci ha indicato la direzione e consentito di essere accolti, sempre. È un po’ come se il viaggio fosse musica, una musica qualsiasi, e tutto quello che abbiamo fatto noi è stato muoverci a tempo e seguire il ritmo.

Non a caso abbiamo scelto l’Appennino, ma il caso ci ha fatto scegliere il confine tra Marche ed Umbria. L’Appennino lo abbiamo scelto perché è un luogo che nel mondo di oggi sta esponenzialmente perdendo valore, ma ha un potenziale enorme. Ora è in spopolamento e si spopola perché è un luogo dove la vita è complessa e, soprattutto oggi, alla complessità non siamo più abituati. Sull’Appennino i ritmi quotidiani sono scanditi dalla Natura che è viva e in rapporto costante con le persone. Qui bisogna imparare a conoscere la Natura, a rispettarla e a conviverci, cosa che noi cittadini non siamo in grado di fare. Al contrario tentiamo di tenerla a distanza o far finta che non esista.

L’Appennino si spopola perché nella sua complessità non è produttivo, c’è poco lavoro e il lavoro che c’è è duro e come dice Lalla, contadina di 76 anni: “I giovani oggi sono tutti vagabondi e a zappare non resistono manco un’ora”. L’Appennino si spopola perché troppo spesso è schiavo di un’economia non diversificata basata sul turismo stagionale, che porta denaro ma devasta la vitalità dei luoghi. L’Appennino si spopola perché considerato luogo di serie B, o forse addirittura C. Gli investimenti non arrivano e i servizi (trasporti, sanità, lavoro, ecc.) vanno gradualmente a deteriorarsi. Naturalmente questi sono solo alcuni esempi frutto delle mie interpretazioni e siccome lo spopolamento andrebbe analizzato più a fondo e in maniere più completa.

Camminare lungo l’Appennino ci ha concesso di muoverci lentamente e di avere il tempo di guardarci intorno. La lentezza è una caratteristica fondamentale del nostro viaggio e rappresenta un tassello importantissimo di A Borgo! in quanto rappresentazione del mondo migliore a cui ambisco. La lentezza ci ha concesso prima di tutto la tranquillità per poter affrontare il viaggio. Avevamo un obiettivo ma non dovevamo arrivare da nessuna parte.

La lentezza ci ha dato il tempo di osservare in maniera profonda i luoghi in cui ci muovevamo, sempre ricchi di storie da raccontare e in attesa di qualcuno con il tempo per ascoltarle. La lentezza ci ha consentito di conoscere le persone che vivono i luoghi, ascoltare e vivere le loro prospettive, eliminando il pregiudizio ma ascoltando la parola dell’altro prima di giudicare. Abbiamo incontrato tantissime persone e tantissime persone hanno incontrato noi. Abbiamo condiviso il tempo che la lentezza ci ha concesso. Questi incontri ci hanno insegnato l’importanza della presenza dell’uomo su questo territorio e il ruolo dell’abitare l’Appennino all’interno del sistema complesso che è il nostro paese, l’Italia.

L’Appennino va ripopolato prima di tutto perché l’essere umano fa parte dell’ecosistema del territorio. L’abbandono, infatti, ha conseguenze devastanti sia sui territori appenninici che su quelli a valle e sulla costa. I boschi non gestiti contribuiscono al dissesto idrogeologico. La mancanza di pascoli e bestiame accresce la presenza di piante infestanti come i rovi, bloccano il movimento di specie animali come i caprioli e limitano la crescita di specie vegetali, riducendo la biodiversità. Gli esempi sono molti ma il succo è sempre lo stesso, l’Appennino va ripopolato per gestire il territorio in maniera sostenibile ed evitare problemi.

L’Appennino va ripopolato perché è scrigno di saperi antichi, appresi e tramandati nel corso di migliaia di anni.

L’Appennino va ripopolato perché può essere un punto di partenza già esistente per sviluppare una società nuova e sostenibile. Ripatire dallo stretto contatto con la Natura è fondamentale in questo processo, in modo da consentire lo sviluppo di una coscienza dell’equilibrio che è necessario mantenere con l’ambiente che ci circonda.

L’Appenino va ripopolato anche per ritrovare una sostenibilità a livello sociale. L’Appennino può essere un punto di partenza per rafforzare un modello di società che valorizzi la comunità e non l’individuo. L’Appennino va ripopolato nonostante i sacrifici e gli sforzi, per poter ridare valore alle cose piccole, per poterci staccare dall’effimero consumismo moderno, per rivalorizzare la fatica e comprenderne l’importanza e la bellezza.

Il viaggio di A Borgo! ci ha insegnato tanto e ci ha ispirato. Ogni singola persona che ha deciso di rimanere, ritornare o andare a vivere in questi territori difficili rappresenta una luce di speranza. Sono scelte coraggiose, controcorrente che però ci permettono di immaginare nuovi modelli di vita possibili. Sono esempi di resistenza che stimolano un cambiamento ed una sensibilità diversa. Come abbiamo ripetuto per tutto il viaggio, non credo che tutti dobbiamo ora trasferirci, ma è necessario conoscerlo per farci ispirare, per cambiare.

Io, Milena

Io penso, tanto, tantissimo. Penso, rifletto, analizzo. Poi cosa faccio? Di certo non quello che mi ha detto il cervello. Sì, sono una persona molto impulsiva. Di petto urlo “Dai, tanto cosa vuoi che sia”. Il cervello sbuffa ma io, maliziosa, già sorrido, convinta che sì, sta volta andrà bene.
Diciamo che, per ora, è stato un cinquanta e cinquanta. Mettiamola così.

Partecipare al progetto A Borgo! È stato di certo impulsivo.
«Io parto per le aree interne per un mese, vieni?»
«Si dai, perché no!»
Tutto qui. Pochi ragionamenti. Di petto.

La mia storia, fino ad allora, aveva battuto altri sentieri, che mi parevano molto lontani da quello in cui mi stavo per incamminare. Cosa avrà mai a che fare la scrittura con la sostenibilità, che binomio potrà mai essere quello di letteratura e natura? Quando ho detto sì, allora, ho cominciato a pensare. Quale era il mio contributo in questo progetto? Quale poteva essere il mio ruolo in questa esperienza?

Io di sostenibilità sono ignorante, davvero. Faccio la differenziata, mi sento una persona migliore se chiudo il rubinetto mentre mi lavo i denti, non butto mai le sigarette per terra (O almeno ci provo). Ma a parte questo, io, con la natura e ciò che le fa da cornice ho ben poco a che fare.

Ma cosa stavo andando a fare?

Ho vissuto quasi un mese alla giornata. Mi sono lasciata traportare, ho seguito le parole di Gregorio, che di questi temi ne sa ben più di me, e delle persone che ho incontrato. Mi sono fatta cullare da un mondo che non mi appartiene. E sì, all’inizio, quando si inauguravano grandi discorsi sul tema, mi sentivo a disagio. Non capivo quale fosse il mio ruolo lì e questo mi infastidiva. Cosa diamine chiederò alle persone che incontreremo? Cosa avrò da dire io, Milena, su un mondo che non mi appartiene? Quanto varrà la mia opinione? Erano domande che mi ponevo spesso, prima e durante il cammino.

Una frase di Seneca, che ho letto in una versione al liceo, diceva “La cosa più grande è sapere quando parlare e quando stare zitti”. Sembra una cosa scontata, ma spesso mi chiedo quanti di noi siano capaci, ogni tanto, di scegliere il silenzio. Io di certo no. Se sto in silenzio troppo a lungo mi sento impotente. È un po’ come se la mia intelligenza si misurasse nel numero di parole che proferisco durante una conversazione. Ho detto tanto? Dieci punti. Sono stata in silenzio? Ti rimandiamo a casa. Stare in silenzio mi turba, mi assilla, il mio stomaco inizia a ribollire e la mia mente va in cortocircuito: Parla, parla, dì qualcosa, qualsiasi cosa. Groppo in gola, saliva che si accumula, cuore che batte, bocca semiaperta: sono al punto dire la mia opinione, ma la mia opinione qual è?

Quindi mi ripeto. Ma cosa stavo andando a fare?

Io scrivo. Non oso definirmi una scrittrice, ma è quello la strada che ho intrapreso da tempo e che voglio continuare a percorrere. E allora mi sono detta: di lei, la scrittura, devo servirmi per dire la mia. E per poter narrare le storie degli altri bisogna prima di tutto ascoltare. Quindi sì, ho parlato meno, perché erano argomenti ancora sconosciuti, ma ho ascoltato, tanto. Ascoltare, ora lo capisco, è anche più difficile di parlare. Ascoltare e non solo sentire. Ascoltare e non perdersi. Ascoltare e tacere. Ascoltare e capire.

Il mio cammino nelle aree interne è stato un cammino di ascolto. Ho ascoltato per poter narrare e dare voce a chi non ne ha mai avuta. Ho ascoltato, ho capito e ho raccontato. Sì, era questo che andavo a fare: volevo narrare le storie di questi territori, un tempo colme di vita e di comunità, territori che sono stati dimenticati, abbandonati, ignorati e rischiano di crollare, scomparire per sempre. Volevo raccontare la storia dei protagonisti che invece hanno voluto scommettere su questi luoghi e rischiare, trasferendosi e combattendo la globalizzazione, protagonisti che sembrano pazzi, ma che si sono presi la responsabilità e il coraggio di valorizzare le potenzialità di queste aree, un coraggio che hanno in pochi. Volevo raccontare un mondo che è dei pochi, sconosciuto, “inferiore” e per questo lasciato in disparte. Volevo narrare quello che ormai è definito altro, diverso e quindi sbagliato.

Ho camminato ventotto giorni, ascoltando e scoprendo questo famoso altro, l’ho reso mio, l’ho guardato con gli occhi e volevo sapere sempre di più.

Ora non mi rimane che narrarlo.

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