Henny se ne sta seduta sospesa nell’aria con le gambe intrecciate, storta e maldestra come ogni scelta della sua vita. Beve caffè latte e sfoglia le pagine di un libro e lo fa come se alla fine di quel libro potesse essere in grado di trovare un’altra soluzione al caos che la perseguita. Indossa un paio di occhiali neri a lenti tonde e una ciocca di capelli biondi dondola avanti e indietro, simulando i movimenti delle sue attenzioni emotive. Il resto dei capelli giace raccolto e strozzato in una coda, come per tutte quelle donne che si impegnano a fare qualcosa per davvero. La penna fa su e giù sul quaderno, un tiepido sole invernale sporca il salotto come a suggerire di sporgersi fuori di casa e lei finge di non farci caso ma dentro muore e non lo da a vedere, sorridendo di tanto in tanto, tra una parentesi e l’altra.

Avevo conosciuto Henny in mezzo a una strada qualche mese prima, a notte fonda di un Venerdì, mentre cercavo amici con cui trascorrere il tempo e finivo per imbattermi in qualcosa che assomiglia ad un incendio doloso. Mi presi qualcosa da bere per distrarre le mie emozioni e feci una scommessa su un tizio con la mia coinquilina. Lei diceva che il ragazzo che indicava era italiano e io che tendo a fidarmi solo del mio sesto senso dicevo di no. Ci giocammo una birra e andai a parlare con questo ragazzo dalla folta chioma ricciola e la faccia simpatica e bastò una mezza frase recitata in romagnolo per capire che aveva ragione lei e che forse il mio sesto senso era andato a puttane dopo appena una settimana che vivevo all’estero. Mi presentò un gruppo di ragazzi e ragazze e tra questa decina di persone con cui scambiai una buona serie di monosillabi comparve Henny, a braccetto con due amiche, tutta sorridente e sconclusionata. Ricordo che ridemmo un po’, che buttai giù un’altra birra, le rubai il numero di telefono con qualche scusa mascherata e la frittata era fatta prima ancora che ce ne potessimo rendere conto.

Il giorno dopo mi improvvisai guida turistica, quello successivo mi chiamarono sul palco di un locale credendomi un vero cantante e mi ritrovai ad improvvisare ubriaco davanti a più di un centinaio di persone, quando l’arte di sbiascicare parole che fanno rima mi fece guadagnare una meritata sigaretta in solitaria con una ragazza che a malapena conoscevo. E non dico che esistano sigarette che fanno bene alla salute, ma forse non fossimo usciti a fumare quella sera di metà settembre oggi racconterei di un altro me, di un’altra lei e non ne porterebbe al collo nemmeno il ricordo.

Partì un paio di giorni per tornare in Italia e al mio ritorno, dopo averla convinta che fossi un errore che si doveva concedere, ci ritrovammo avvinghiati su un pedalò, in mezzo ad un fiume. Bevevamo birra di pomeriggio e fumavamo marijuana al tramonto, cose che insomma ti fanno perdere per un attimo l’orientamento. A quattro mesi di distanza da quei pomeriggi eravamo più o meno allo stesso punto, un po’ matti e un po’ incapaci di leggerci, un po’ turbati e un po’ incasinati.

Henny ha l’aria di non poter fare spazio a due sensazioni alla volta, quando lo fa cade nel panico e lascia il telefonino in camera da letto e il cuore in una scatola. Cerca di mettere a posto qualsiasi cosa e l’unica cosa che rimane in disordine è se stessa. A lei piace così, a me forse pure. Ama le date e la spaventano i programmi, se esce di casa compra un sacco di vestiti, se invece ci rimane un sottile stato depressivo le accarezza la schiena lasciandole un brivido e rendendola incapace di affrontare conversazioni che vadano oltre una certa soglia di profondità. Le piace bere, bere tanto e poi fermarsi e non farlo più, ha letto metà di Lolita, è stata a Cuba al concerto dei Rolling Stones e ha condiviso momenti con molti uomini, quasi nessuno che sia stato in grado di strapparle amore oltre che i vestiti di dosso. E lo si capisce dalla paura che prova ogni volta che cerca di pronunciare quella parola e ci inciampa sopra, come quelle sere che per baciarci ubriachi siamo caduti per strada, circa una ventina di volte, per un complessivo di cinque o sei lividi e qualche lieve trauma cranico.

Henny mi ricorda quei pomeriggi in cui pensare uccide e viversi il momento aiuita a non restarne soffocati. Quelle giornate in cui ti senti mortale e apprezzi la fragilità della condizione in cui vivi, senza coordinate e con migliaia di destini possibili. Un giorno su tre la vedo confusa, uno su due la vedo innamorata, mai vedo la stessa persona, cambia qualcosa ogni volta che mette un piede giù dal suo letto a una piazza e mezzo. È difficile capire quanto sia profonda, a volte è come gettare l’ancora in mare aperto, quando seduti a terra in balcone guardiamo le macchine sfrecciare sotto le luci giallo opaco dei lampioni e ci perdiamo in discorsi esistenziali. Altre è come gettarla su uno scoglio, senza rendersene conto, quando solo vorresti aggrapparti a qualcosa. Ma Henny è questo, prendere o lasciare. Ho imparato che non puoi pretendere una donna cambi per te, al massimo può succedere che taccia quei giorni in cui il silenzio fa male, ma meno male dei sentimenti indigesti che l’attraversano senza una meta precisa.

E’ Martedì mattina e siedo vicino ad Henny, qualche minuto avvinghiati, qualche altro un po’ distanti. I miei regali giacciono in pila su uno scaffale, a metà tra dimenticati e lasciati a riposare per essere goduti in un altro momento. Le parole tornano a trovarmi dopo mesi di assenza e sto riempiendo questo foglio mentre lei non lo sa, troppo presa a costruirsi un futuro che a mio parere non le appartiene più di tanto. Henny dovrebbe mollare tutto, viaggiare senza ritorno e trovarsi sola e spaesata in una stanza d’hotel a due passi dal mare, confusa come le onde con l’alta marea, fino a schiantarsi contro se stessa ed affrontare i suoi demoni una volta per tutte. Henny dovrebbe saltare sopra i libri di scuola e lanciare la borsetta in giro per la stanza, come quelle sere in cui la prendo in giro chiamandola “Principessa ubriaca”, quattro Tanqueray tonica dopo il primo, quando mi dice “Ti amo” alle sei del mattino per poi scordarsene all’ora di colazione. Henny dovrebbe fermare il suo tempo per una settimana, solo una settimana, e sono sicuro che si inizierebbe a chiedere se dove sta andando è davvero dove vuole abbandonare il suo tempo. Ma forse è per questo che l’amo senza spiegarmelo.

Una sera Henny mi ha quasi fatto arrestare, era Halloween ed ero vestito da diavolo carabiniere e tornavamo a casa mia completamente incoscienti, amoreggiando e strattonandoci gelosi su un marciapiede. Ci si affiancò una volante della Policia Nacional in Plaza de la Fuente e vedendo com’ero conciato le diedero la possibilità di scegliere dove farmi passare la notte, se in una gelida caserma senz’anima o sul mio scomodo letto minuscolo. Dopo un po’ di esitazione optò per la seconda opzione, ma ancora adesso mi chiedo cosa stesse pensando. Un’ altra volta avrebbe dovuto farmi arrestare, quando totalmente fuori di testa e cieco d’amore la rincorsi per mezza Salamanca gridandole i miei sentimenti e piangendo, inginocchiandomi davanti a sconosciuti che mandavo a fanculo e sdraiandomi davanti al portone di casa sua promettendo di passarci la notte. Potevamo chiudere un milione di volte e siamo ancora qua, chissà se significa qualcosa o è solo un’ altro di quegli amori che perdono di fascino con la tranquillità. Ma anche oggi non mi pongo questa domanda, fumo confondendomi le idee e vado avanti. A volte è la cosa migliore che io possa fare.

Ho guardato Henny nell’anima a notte fonda e ho attraversato le montagne russe. Lei ha guardato me e si è trovata tante volte sul ciglio di uno strapiombo, come quella volta a Baiona, in cui raccogliemmo fiori scherzando su un prato e restammo seduti a cavalcioni a contemplare i fuoristrada che accarezzavano il mare. Abbiamo imparato a curarci senza parole, eppure a volte sento ancora il bisogno di fare domande a cui non sappiamo dare risposta. Le ho raccontato di quando ho preso un biglietto di sola andata per Tenerife, che dovevo scavalcare il tetto e calarmi su dieci metri di vuoto ogni sera per entrare in casa, circondato dalle palme e quella strana solitudine che percorre l’uomo che viaggia senza destinazione. Le ho preso il viso tra le mani mostrandole i miei occhi, tante volte che ora se lo faccio provo imbarazzo, e le ho detto di non avere paura di cambiare , di dimenticare, e di sorridere per qualcosa di diverso da quello che ieri ci sembrava eterno, perché è solo in quel momento che non siamo in gabbia, è solo in quel momento che senza destinazione ci attraversiamo davvero. L’ho presa poi per mano e trascinata nel caos e a volte mi guarda mezza sorridente, indecisa se ringraziarmi o maledirmi, se amarmi ancora un giorno di più o dimenticarmi lentamente domani. Io spesso cerco di intrappolarne i pensieri ma per dio, puoi mai tentare di mettere il vento in un bicchiere? E quindi la guardo struggersi dentro fingendo che il mio sguardo non la oltrepassi, come se una persona capace di scrivere non fosse prima in grado di capire quello che si trova davanti agli occhi.

Vorrei che Henny si godesse quello che ha davanti, ma è sempre distratta da ciò che tratteneva la sua libertà, come un cucciolo di cane che dopo essere sempre stato al guinzaglio viene lasciato libero di correre in mezzo ad un bosco. Ha paura di trovarsi di nuovo legata ad un albero, con l’ennesimo motivo che ne stringe le caviglie. Dico sempre che una donna della libertà non sa che farsene, o se invece farsene troppo, fino a svenire e perdere l’orientamento. Ma io quello ho, una manciata di libertà e quello le lascio, imprudente di cosa se ne possa fare.

Io e Henny siamo come quei romanzi scritti sotto stupefacenti, in cui ogni pagina è scritta diversa dalla precedente, vicini all’overdose e lontani dalla pace dell’anima. Passiamo da scopare e addormentarci in riva ad un fiume a scomparire tra i nostri dubbi esistenziali, mandandoci timidi messaggi, poi non cercandoci più. Ma la giostra riparte sempre, incapaci di fare a meno l’uno dell’altro, come il buio della notte e una mezza luna ad Agosto, ci perdoniamo senza rendercene conto.

Le ho regalato una tela per disegnare, forse una di quelle sere in cui vorrà nascondersi dal tempo riuscirà a ritrovarsi nell’atmosfera di ciò che dipinge. Già me la vedo, avvinghiata nella sua coperta viola, tutta infreddolita, con quelle luci natalizie che percorrono la parete zeppa di ricordi e i pastelli colorati sparpagliati sul tavolo. Un po’ ho smesso di cercare di leggerla, la lascio libera di camminare tra le sensazioni che vuole per poi riprenderla a notte fonda, quando i sensi svaniscono e si poggia un orecchio sul cuore pieno di crepe, come ad ascoltarne i flebili sussurri.

Mi chiedo spesso come sarebbe tutto questo, se avessi evitato di guardarla, se non mi avesse sorriso la prima volta, se non avessi cercato amore là dove amore fa fatica a restare. Se durante quella festa non avessi passato un’ora a parlare di cazzate pur di affascinarla, quando intenti ad ignorare cosa ci circondasse cercavamo l’uno di scavare nel passato dell’altra. Curiosi di ciò che ci assomiglia, persi, lontani da casa, incapaci di scegliere dove andare. Uno scrittore spaesato e un’artista del caos emotivo. Avremmo frequentato letti diversi, fino a sentirci più soli di quanto non lo siamo fumandoci due tiri di sigaretta a testa evitando di parlarci. Avremmo vissuto tutto con più leggerezza e meno paranoie, senza affrontare nulla, senza rischiare nulla. Ci saremmo lasciati scorrere gli eventi addosso fino ad arrivare alla fine di questa esperienza, vuoti quanto più senza pensieri, con tanti ricordi sparsi e nessun petto su cui poggiare la testa e riviverli prima di addormentarci. Avremmo probabilmente perso l’occasione di sentirci vivi e sbagliati, immaturi e insaziabili, innamorati e intossicati dall’idea di poterlo essere ancora. Così in fretta da rifiutarne l’idea a giorni alterni.

Guardo Henny di Martedì mattina e per quanto mi costi ammetterlo mi rendo conto di esserci cascato anche oggi, perso di lei e incapace di comunicarglielo, il tutto per paura di darle quelle sicurezze che la rendono un po’ apatica e un po’ dominatrice. Si porta un pezzo di cornetto alle labbra e mangia dicendo che non vuole mangiare. Mi chiede un bacio sulla guancia per accarezzare quell’amore che mai le appartiene del tutto. Mi chiede di restare cinque minuti in più e poi lentamente mi ignora perdendosi nelle sue faccende.

E’ come il vento, lo rendi tuo su una tavola da surf e ti uccide dentro appena ti togli il giubbotto in una giornata d’inverno in cui nevica. Non puoi mettere il vento in un bicchiere ma puoi pur sempre fartelo passare tra i capelli sperando quella sensazione duri più a lungo possibile ed è un po’ quello che da mesi sto facendo, innamorandola e incastrandola quanto più posso nella mia sconclusionata follia, un giorno e quello dopo pure, finchè non potrà fare a meno di perdersi continuamente senza farsi domande, come a me capita ogni due minuti di orologio.

Ultimamente parliamo di meno, lei custodisce gelosa le sue riflessioni, io faccio a meno di fare domande, perché in fondo conta stare bene, ridere, ubriacarsi e scopare fino a consumarsi e svenirsi addosso, per poi attraversarci gli occhi a vicenda e trattenere i sentimenti sulla punta della lingua a mezzogiorno. Ci siamo mancati e ancora ci manchiamo, persino quando siamo sullo stesso letto. Altre volte stiamo da soli aspettando che uno dei due cerchi l’altro e assomiglia sempre a una Guerra Fredda. Tra un po’ ce ne andiamo al mare, la prima settimana di Febbraio, quando la gente impazzirà per il freddo noi indosseremo un costume da bagno e cercheremo di complicarci la vita tra interminabili sbronze e tour di locali notturni, sperimentando una settimana di convivenza lontani dal mondo dei grandi. Forse finiremo a trovarci un po’ più accanto a noi stessi, tra un silenzio e l’altro e sarebbe l’ennesimo modo di appassionarci senza scadenza. Se solo Henny abbandonasse la paura delle etichette e si lasciasse andare all’avventura senza guardare indietro. Perché il vento viaggia libero ed io non sono che un aquilone attorcigliato.

Nel frattempo che scrivo è quasi Mercoledì. Henny sarà diversa da ieri. Oggi riderà, amerà e scherzerà senza paura di farlo. Oggi i dubbi non la sfioreranno, i sentimenti le apparterranno sul serio e si sentirà nella parte giusta del mondo, esattamente dove vorrebbe essere. Oggi non è il mondo che porterà a spasso Henny, ma è Henny che porterà a spasso il mondo, con quei sorrisi che spiazzano chi li intercetta e quella sicurezza che scandisce gli eventi senza timore di rimanerne delusa. Oggi Henny si convincerà un’ altra volta che ha senso lasciarsi abbandonare alle sensazioni invece di classificarle su un quaderno in ordine cronologico, come spesso fa con molte cose della sua vita. Oggi Henny mi farà provare l’eternità con due semplici frasi e mi sottrarrà ogni dubbio solo guardandomi. Henny quando è così è spettacolare.

Poi domani chissà, il vento sai, è qualcosa di invisibile agli occhi, puoi solo correrci attraverso. Ma è pur sempre meglio avere a che fare col vento che restare fermi e fare fatica a respirare la stessa aria di sempre. La guardo un’ultima volta prima di uscire di casa. In fondo ho fatto bene a cercare nel vento l’amore. Sicuramente è meno noioso che trovarselo appiccicato addosso.
Ci vediamo domani”, dico tra me e me stesso, senza sapere a chi delle mille Henny passerò una mano tra i capelli al mio risveglio. Chiudo la porta. Siamo un romanzo scritto sotto stupefacenti e chissà se mai qualcuno sarà in grado di finire di scriverlo.


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Dalila Amendola

Mi chiamo Dalila, ho 24 anni e sono nata e cresciuta nella provincia di Salerno, Battipaglia (SA). Fin da piccola appassionata al mondo dell’arte, decisi di iscrivermi al Liceo Artistico per inseguire la mia passione. Dopo il diploma mi sono trasferita a Pescara dove ho conseguito la laurea triennale in “Disegno Industriale” presso l’ISIA ROMA DESIGN con sede decentrata, e qui ho iniziato ad approfondire gli studi nel campo della progettazione, sia di Product che di Comunication Design.

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