ninfee monet il tempo delle donne giardino

A distanza di diverse settimane dalla lettura di Ho fatto la spia di Joyce Carol Oates, una delle cose che proprio non riesco a lasciar andare di quella storia feroce è il giardino della madre di Violet Rue, Lula Kerrigan. E sebbene l’intera struttura del romanzo ruoti intorno ad altro, sebbene io ricordi ancora ogni dettaglio della storia di Violet Rue e della sua famiglia, del reato commesso dai suoi fratelli e del destino atroce della ragazza, il giardino di Lula Kerrigan non mi lascia in pace, continua a dimenarsi fra i miei pensieri come se avessi finito di leggere un attimo fa uno degli ultimi capitoli del libro, appunto, Nel giardino di mia madre.

Lula Kerrigan ha un giardino che resta incolto. Lula Kerrigan non ha il tempo di dedicarsi a calendule, echinacee e fiordalisi perché la sua vita è completamente fagocitata dall’egoismo del marito e dei suoi figli, dalle regole di una comunità che ha bisogno di vedere ciò che ha sempre visto, di sapere ciò che ha sempre saputo, senza troppe variazioni sul tema, senza novità difficili da far quadrare con le proprie radicate convinzioni. Lula Kerrigan trascina la sua vita ogni giorno faticando attorno agli uomini da soddisfare, il marito, i figli, il suocero, condiscendendo a regole rigidissime che la vogliono moglie fedele, madre accudente, nuora rispettosa, buona vicina di casa. È talmente ligia a mutuare lo stereotipo femminile della comunità di South Niagara da prendere immediatamente le parti dei suoi uomini – marito e figli maschi – e abbandonare Violet Rue, la minore, al suo destino di esiliata, cui è relegata per aver “fatto la spia” sull’omicidio perpetrato dai due fratelli maggiori ai danni di un ragazzo di colore. Violet a soli dodici anni viene disconosciuta da tutta la sua famiglia e mandata a vivere lontana dalla sua casa, condannata da una legge superiore a quella dell’amore.

Lula Kerrigan <<Ha amato di più i tuoi fratelli. Anzi, no… ha amato di più tuo padre>> e, col passare del tempo, appassisce lentamente guardando con gli occhi spenti dalle terapie oncologiche un giardino curato da chi la accudisce durante la malattia.

Il pensiero di questa donna e del suo giardino non mi abbandona più. E con il giardino, il pensiero di come difendiamo il nostro tempo.

Forse è colpa delle mie letture. Di Virginia Woolf, Simone de Bauvoir, Flanery O’Connor, Annie Ernaux, Marguerite Duras, Eva Cantarella, Natalia Ginzburg. Forse è merito di tutte queste donne incredibili che popolano la mia libreria, oltre a ciò che è avvenuto dentro di me prima ancora di leggere certi libri. È successo dopo la nascita delle mie figlie, fra i trentatré e i trentasei anni. È successo che un pensiero sulla vita delle donne e sulle loro paure, sulle loro rinunce, ha preso dimora fissa dentro di me.

Non avevo un giardino, all’epoca, ma piantai un albero da qualche parte, nella mia mente, che mi desse l’idea di crescita, di arricchimento personale. Ogni ramo era il mio <<ecco, fin qui ci sono>>, il mio incoraggiamento a me stessa per procedere, andare avanti, conoscere; capire perché le donne vacillano nel momento in cui salgono su un piedistallo, temono di non meritare ciò che hanno conquistato, e sono certe sin dalla nascita di dover dare battaglia per affermare se stesse, le loro ambizioni, i loro sogni.

Alla fine, vedendo crescere le mie ragazze, ho finito per rispondermi che saranno in grado di affrontare la vita, per la presenza innata dentro ognuna di noi di pensieri e capacità che ci rendono, in modo prodigioso, forti ed elastiche, abili di fronte ai continui resoconti con noi stesse e con un mondo che ci dà perdenti a prescindere. Anche loro pianteranno un albero, magari in un giardino vero, e lotteranno con tutte le loro forze per curarlo e mantenerlo sano e rigoglioso. E io spero che spenderanno le loro energie non per difendere il loro tempo, il loro albero, ma per goderne appieno.

Ecco quello che ho visto nel giardino di Lula Kerrigan: il tempo delle donne. Ognuna di noi ha un giardino metaforico che spesso tarda a curare per colpa delle cose sbagliate che le hanno insegnato donne e uomini venuti prima. Il mio lavoro mi sollecita ogni giorno a parlarne, a verbalizzare un sentire che si somma e sedimenta sul vissuto mio e di quello delle donne che frequentano il mio studio per questioni attinenti all’alimentazione. Ma il cibo, lo sappiamo, è quanto di più vicino al nostro essere. Lavorare sul cibo è smuovere realtà profonde, mettersi in relazione col territorio più intimo di una persona. Può sembrare strano, ma dopo anni di attività come nutrizionista clinica posso dire, senza timore di essere smentita, che fare un’anamnesi alimentare è un lavoro di archeologia dei sentimenti.

Molte delle mie pazienti a cui consiglio di dedicare attenzione a se stesse, di fare attività fisica ogni giorno, di curare meglio la loro alimentazione, mi rispondono che non possono, non trovano il tempo. Prima del loro movimento, del loro cibo e della loro salute viene sempre qualcos’altro, qualcun altro che reputano prioritario rispetto alla cura di sé. Mi ritrovo spesso a dire che questo è l’effetto di ciò che di sbagliato ci hanno insegnato e del fatto che chi è venuto prima, suo malgrado e senza cattive intenzioni, ci ha preparato a cedere il passo. Da quando la differenza biologica è stata tradotta come inferiorità femminile, gli strumenti che abbiamo ereditato sono atti alla formulazione di richieste e alla battaglia contro i “no”,. Quando è iniziato? Eva Cantarella ne L’ambiguo malanno (Feltrinelli, 2017) ci parla di plurimillenaria ideologia discriminatoria, che va fatta risalire all’antichità greca e romana.

È da allora che siamo pronte alla sconfitta, non alla speranza – e men che meno alla certezza- di potercela fare.

Il giardino incolto di Lula è il segno di un fallimento che nasce con ognuna di noi. Sappiamo, o impariamo da subito, che il nostro tempo è contingentato, incanalato in mille dimensioni in cui bisogna vivere secondo canoni e regole millenarie. Noi donne dobbiamo ancora chiedere, insistere; abbiamo ancora bisogno di tirar fuori le unghie per ciò che ci appartiene naturalmente. Noi donne dobbiamo “presidiare la fortezza”, scriveva la O’Connor, che oggi si traduce nella difesa, a tratti grottesca, di sostantivi maschili resi forzatamente al femminile, nell’ostentazione di un nudo armonioso e proporzionato per affermare un canone di bellezza diverso da quello deciso da un mondo che non sa, e non vuol sapere, di fisiologia, salute, ciclo mestruale, cellulite, menopausa. Non critico a priori certe manifestazioni, intendiamoci, hanno avuto il loro momento e il loro effetto, ma penso con desolazione che siamo ancora qui, a presidiare la fortezza, a mostrare il nostro sangue mensile, la spossatezza e i dolori che l’accompagnano per giustificarli, per urlare al mondo che è roba nostra e che è roba normale; siamo ancora qui a portare avanti una sorta di recriminazione preparatoria, una rivincita anticipata. Ci sentiamo ancora dentro una guerra che non ci lascia tempo di voltare le spalle alle forme imperanti e resistenti di misoginia e procedere per la nostra strada, coltivare il nostro giardino, piantare i nostri alberi.

Negli anni ’90, quando dopo l’università e la specializzazione cominciai a fare il mio lavoro di biologa, mi fu caldamente consigliato da un uomo di non avere figli per almeno i tre-quattro anni successivi. Avrei voluto rispondere che quello era un argomento che avrei affrontato con un altro uomo, quello che ogni sera mi aspettava a casa. Rimasi in silenzio, invece, mortificata e ferita. Quando, poco più di un anno dopo, rimasi incinta della mia prima figlia attesi a lungo prima di comunicarlo al lavoro e lo feci, poi e finalmente, sottovoce, mentre arrossivo e tremavo, come se la mia gravidanza suonasse, fuori dalle stanze della mia casa felice, come una colpa imperdonabile. La risposta alla mia comunicazione fu un lungo sospiro, poi silenzio, poi una schiena maschile che usciva dalla stanza, lontano da me e dalla mia mortificazione.

Dopo tre anni rimasi incinta della seconda figlia. Questa volta lo comunicai con sollecitudine e voce ferma, la luce della gioia e delle mie ragioni che mi faceva brillare gli occhi. Poi uscii dalla stanza, serena e lontana dall’uomo e dalla sua contrarietà. Ero cambiata. Non ero più in trincea, ma semplicemente al mio posto. Non chiedevo nulla, semplicemente mi comportavo come era naturale e legittimo.

Oggi davanti a gesti eclatanti che a volte rasentano il paradosso, mi chiedo quante energie costa restare ancora in trincea? Quanta attenzione toglie questa guerra millenaria – che si accartoccia costantemente su se stessa- al diritto di non dover più affermare, giustificare, spiegare, chiedere? Siamo sicure che ostentare una ragione ovvia non la indebolisca più che affermarla spontaneamente ogni giorno? Siamo sicure che sia ancora il tempo di quel tipo di battaglia?

Non si tratta di trovare la risposta perfetta. Non esistono, temo, risposte perfette a questioni così complesse. Esiste la società che cambia, chiede, pretende.

Ma siamo cambiate anche noi. Abbiamo dalla nostra la consapevolezza, la naturalezza con cui continuare a essere ciò che decidiamo e desideriamo essere, senza doverlo chiedere, senza necessariamente sventolarlo come una bandiera, ma continuando a farlo, come sappiamo, come vogliamo.

Semplicemente vivere. Semplicemente essere.

L’AUTRICE

Giusi D’Urso è biologa e nutrizionista, ha 53 anni, due figlie, un marito, un buon lavoro e un’insanabile passione per la lettura e la scrittura. Abita a Pisa dal 1983, ma è di origini siciliane, è nata a Messina. Oltre ad avere un suo studio professionale, è docente a contratto all’Università di Pisa, formatrice per alcune agenzie in campo nutrizionale. Dal 2008 al 2016 ha pubblicato un breve romanzo, due guide turistiche per bambini e diversi testi divulgativi sul tema della nutrizione (per famiglie e per bambini). Alcuni suoi racconti sono usciti sulle riviste online Fernweh (per questa rivista anche un testo libero sui disturbi alimentari) e Storie a catinelle. La rivista Crack ha scelto un suo racconto per il numero speciale in collaborazione con “Play with food – la scena del cibo” e Torino Fringe Festival. Collabora con il progetto L’Unione fa la forza Cultura con e sue videorecensioni sul canale dedicato. Si allena e sperimenta sul suo blog di scrittura #secondapelle. 


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Immagine di copertina: C. Monet, Water Lilies, The National Museum of Western Art (Tokyo) – https://it.wikipedia.org/wiki/Ninfee_(serie_di_Monet)

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