Non mi ero mai veramente soffermata a pensare alla frase di Forrest Gump, quella che mamma gli diceva sempre.
No, non mi riferisco ai cioccolatini. L’altra.
“Mamma dice che stupido è chi lo stupido fa”.
Ho sempre pensato che significasse qualcosa del tipo: “non per forza devi essere stupido per sembrarlo, stupidi sono coloro che da stupidi si comportano”.
Ieri sera ero in camera mia, leggevo, e in sottofondo sentivo dalla sala la voce buffa di Forrest.
“In realtà mi dà anche un po’ fastidio”, penso. “E chiudetela sta porta!”
Mi alzo di scatto e sto per spegnere la voce di Forrest che mi rimbomba nelle orecchie, quando sento questa frase: stupido è chi lo stupido fa.
E allora mi blocco. Mi blocco, e come un fulmine a ciel sereno, per la prima volta, la ascolto veramente.

Ma facciamo un passo indietro.
La tecnologia è un mezzo bellissimo, che spesso però utilizziamo malissimo. Ma rimane un mezzo bellissimo, perché ci permette di indossare un paio di cuffie ed entrare in altri mondi.
In questo “anno e qualcosa” sono riuscita a fare almeno un viaggio. Non è quello classico che si fa quando prepari la valigia e prendi l’aereo. Non è nemmeno il trip dato da qualche strana pastiglia. Nel mio viaggio ero sobria – quasi sempre – e la valigia era piena di parole. Solo di quelle.
Alla fine, un viaggio che cos’è? È un giro in luoghi diversi dal proprio. E io ho viaggiato. Questa volta non con un libro, ma con le cuffie. E nella casualità dei movimenti del mio pollice su uno schermo di cellulare, mi sono ritrovata nella cameretta di una scrittrice.

“Ah beh, potevi fare di meglio” penserete voi.
Forse.
Questa scrittrice si chiama Chiara, e un giorno anche lei si è bloccata sulla porta, proprio come è successo a me con Forrest. La porta, in questo caso, era quella del suo analista, che nel vortice delle tante parole che vengono presto dimenticate, ne ha detta una che ha toccato esattamente il punto giusto.
L’ha definita “slegata”.
E chi sono gli slegati?

Gli slegati sono tutte quelle persone che non rientrano nei canoni tradizionali delle relazioni amorose. Sono coloro che, nel tentativo di legarsi a qualcuno, si slegano. Sono quelli che desiderano l’amore ma non lo riescono a trovare. Un po’ come con le chiavi di casa, quando stai per uscire e sai che dovrebbero essere lì, proprio lì. Dove tutti mettono le chiavi. E invece, chissà dove le hai messe. Gli slegati sono quelli che non trovano le chiavi. O meglio, sono quelli che le trovano, ma poi si rendono conto che aprono il garage. E puntualmente, si ritrovano sull’uscio di casa, con una chiave in mano che non apre la serratura giusta, e una porta chiusa davanti a sé.

Per un po’ Chiara si fa andare bene questa definizione. Slegata. Eppure, ci dev’essere un’altra interpretazione, o una strada non ancora battuta, si domanda. È un po’ come quando stai cercando di risolvere un indovinello e ti incagli. Qual è il suggerimento che ti viene dato? Cambia prospettiva. Cambia prospettiva. Cambia prospettiva!
E così, un giorno, Chiara fa una piccola scoperta: le chiavi che ha in mano sì, aprono il garage, e la porta che ha di fronte sì, è rimasta chiusa. Ma… Ma se solo le volti le spalle, e ti giri, fuori c’è il sole ed è una bella giornata.
E c’è il mondo.

Gli slegati è un podcast che, attraverso facce che possiamo solo immaginare e voci che ci scaldano l’anima, ripercorre le storie di tutte quelle persone che si sono ritrovate a fare i conti con un mondo inaspettato, difficile, spesso incompreso e forse un po’ diverso. Ma comunque bellissimo.
Ci sono i separati in casa, gli amici che diventano genitori, i genisoli, e gli amanti. Ci sono quelli che l’amore della vita, quello grande e che ti travolge, lo hanno toccato e lasciato andare, e coloro che invece preferiscono amare da lontano.

Il filo conduttore è Chiara, che con loro chiacchiera, sviscera, si stupisce, domanda, si emoziona, e sorride.
ma come fai a sapere che sorride che manco la vedi
E invece qualche sorriso si sente. Non sempre. Ma, ogni tanto, le persone le senti sorridere. Qualche volta, l’essenziale è davvero invisibile agli occhi.
O forse, il filo conduttore sei tu. O sono io. Forse siamo tutti noi, slegati, ognuno a modo suo.

Ed ecco che torna Forrest. Non voglio spoilerare troppo, ma una grande lezione credo di averla imparata, da tutte queste “chiacchiere slegate”. Che cosa vuole dirci veramente il piccolo Gump quando borbotta che “stupido è chi lo stupido fa”? Che per essere stupidi bisogna comportarcisi? No, o almeno, non solo. In questa frasetta spiccia c’è un altro messaggio, a mio parere enorme: chi decide cosa è stupido e cosa non lo è? Come posso permettermi io di definire qualcuno “stupido”, solo perché non è intelligente “a modo mio”? Stupidi non si è, stupidi si fa.
E il nesso con gli slegati è proprio questo: se l’intelligenza viene etimologicamente concepita come “capacità di capire”, non dovrebbe la famiglia essere banalmente definibile come “la capacità di amare”?
O, nelle parole di questo Podcast, semplicemente: “famiglia è dove famiglia si fa”.

Viviamo in un mondo che si definisce “libero”, ma che non fa che etichettarci. Non è colpa sua, poverino, ma nostra. E se togliendoci quell’etichetta potessimo veramente girare le spalle e uscire allo scoperto?
Se solo così potessimo veramente definirci liberi?
Ma liberi de che?
Liberi di stare con qualcuno, o di non starci. Liberi di avere una casa piena, o vuota. Di amare tutti o solo una persona per volta. Liberi di essere “strani”, o semplicemente “banali”. Liberi.
Ma forse vaneggio, forse un mondo senza etichette non può davvero esistere. In un certo senso, le etichette ce le diamo noi, perché ognuno ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa. E soprattutto, ognuno ha bisogno di differenziarsi dagli altri.

A proposito di etichette, ce n’è una che invece mi piace.
Ho appena finito un libro bellissimo, e ad un certo punto la giovane protagonista dice questa frase: “mi hanno subito chiesto se fossi isterica o bulimica o anoressica o epilettica, ma io non sono niente di tutto questo, io sono il mio nome”.
Io sono il mio nome.
Ecco, gli Slegati si riassume così. Ognuno è il proprio nome, ognuno è la propria storia.
Perciò, ciao, io sono Alice. E tu?

Stamattina è uscita l’ultima puntata e non l’ho ancora ascoltata.
Aspetto che la porta di casa si chiuda alle mie spalle.
Scendo le scale, metto le cuffiette, ed esco: fuori è una bella giornata, e c’è il mondo.
Mentre cammino, sento un mazzo di chiavi che si muove con me.
Saranno quelle giuste?
Un piccolo sorriso mi colora il volto.
Sai che ti dico?
Chissene frega.

Episodio 10, “Dove famiglia si fa”.
Play.


L’autrice

Chiara Gamberale a soli 20 anni scrive il suo primo libro.
Da allora a oggi sono sicuramente cambiate tante cose. Di libri ne ha scritti e pubblicati tanti, da perdere il conto. È stata conduttrice radiofonica, autrice tv, e conduttrice televisiva. Ha avuto una figlia che ha chiamato Vita, ha smesso di fumare, ha creato dal nulla un podcast sulle relazioni umane… Insomma, chissà quante cose ha fatto, in questi venti-e qualcosa-anni.
Ma mentre la senti parlare, ogni volta che cita il richiamo “alla bambina che siamo stati”, ti rendi conto che forse non cambiamo mai veramente. O forse cambiamo tutti i giorni, rimanendo pur sempre legati (questa volta senza s-) al bambino che c’è in noi.
Quindi, raccontare la storia della Gamberale forse dovrebbe riassumersi così: lei è Chiara.
Il suo nome.
E io le devo un grazie.
Perciò, grazie.
Grazie,
Chiara.


Per ascoltare il Podcast, se hai Spotify: GliSlegati
Per ascoltare il Podcast, se non hai Spotify: GliSlegati

Pubblicità