Una sola parola per descrivere un grande scrittore.

Gennaio 1965. Tre anni e mezzo di silenzio letterario. Gabriel García Márquez sta guidando la sua Opel bianca sulla strada che porta da Città del Messico ad Acapulco, quando finalmente l’opera che medita da una vita gli si presenta, pronta, come schizzata sul parabrezza, con un incipit che diverrà tra i più celebri nella storia della letteratura:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo portò a conoscere il ghiaccio.1

È Cent’anni di solitudine (1967), l’opera maestra di García Márquez, che gli varrà nel 1982 il premio Nobel per la letteratura, definita l’opera più importante in lingua spagnola, seconda solo a Don Chisciotte della Mancia.

Aracataca, i nonni, la Guerra dei mille giorni

García Márquez nasceva novantatré anni fa, il 6 marzo 1927 ad Aracataca, città colombiana dal clima tropicale. Fu il maggior rappresentante del Reale meraviglioso (più conosciuto come Realismo magico, erronea traduzione del concetto introdotto in letteratura da Alejo Carpentier).

Dietro tutte le opere di García Márquez si nascondono gli anni della sua infanzia, i luoghi, le persone con cui crebbe (in particolare i nonni Nicolás Ricardo Márquez Mejía, ex colonnello liberale, e Tranquilina Iguarán Cotes, della quale riprenderà persino il cognome per un personaggio essenziale in Cent’anni di solitudine: la matriarca Ursula Iguarán).

In quel tempo, Aracataca era un pueblecito tropicale ristagnante nel passato, ancora ferito dalla Guerra dei mille giorni, la guerra civile combattuta in Colombia tra il partito conservatore e il partito liberale dal 1899 al 1902. Del conflitto rimasero al giovane García Márquez i racconti del nonno: dal trattato di pace di Neerlandia (citato in Cent’anni di solitudine) al leggendario generale Rafael Uribe Uribe (d’ispirazione per il personaggio del colonnello Aureliano Buendía), all’attesa della pensione per i reduci di guerra che non arrivò mai (alla quale García Márquez dedicò un romanzo, Nessuno scrive al colonnello).

Di Aracataca, invece, García Márquez custodì i racconti fantastici della nonna: storie di fantasmi, miracoli, visioni raccontate come fossero vere. Sono gli antesignani dei romanzi del futuro Nobel, l’embrione del Reale meraviglioso. Non è un caso se, di quel giorno di gennaio del 1965, García Márquez affermò di aver compreso che avrebbe dovuto scrivere «come raccontava mia nonna». È da questa presa di coscienza, infatti, che esplode nella produzione di García Márquez il Reale meraviglioso: come scrive Vargas Llosa2, è frutto della facoltà di raccontare il reale oggettivo e il reale immaginario senza distinzione, conferendo a entrambi la stessa validità ontologica.

Da Foglie morte a Cent’anni di solitudine: la centralità della memoria

Le prime opere dello scrittore colombiano seguono un climax ascendente che porta infine alla stesura del suo capolavoro: con Foglie morte (1955), Nessuno scrive al colonnello (1958), I funerali della Mamá Grande (1962) e La mala ora (1966), García Márquez rielabora i propri ricordi e costruisce tassello per tassello un mondo nuovo: il microcosmo di Macondo. In Cent’anni di solitudine, opera mondo3, arriva così all’acme del proprio lavoro. Questa volta, però, García Márquez punta più in alto: Macondo e i suoi personaggi non sono più la trasposizione letteraria della piccola Aracataca, ma dell’intera America Latina.

Con un romanzo, lo scrittore riesce a immortalare la storia di un popolo, di una terra prima colonizzata, poi devastata dai conflitti, e infine abbandonata a se stessa. E forse non ci sarebbe riuscito se non fosse nato quel 6 marzo del 1927 nella piccola Aracataca, cresciuto dai nonni materni; non ci sarebbe riuscito se non avesse esperito la violenza e l’abbandono. In quel microcosmo regna la memoria, un tempo passato che si ripete all’infinito. Il ricordo, nel ripetersi degli eventi, diventa epitaffio: il mondo a sé stante dei romanzi di García Márquez finisce per implodere nella desolazione, Macondo viene spazzato via da un uragano biblico.

Il paradosso, il lascito, l’inmortal

È triste pensare che, nei suoi ultimi anni, García Márquez cominciò a soffrire di alzheimer: uno scrittore così ossessionato dai ricordi moriva, nel 2014, dimentico del passato. È un paradosso estremo che però esalta ancora di più il prezioso lascito dello scrittore, che continuò a scrivere capolavori anche dopo Cent’anni di solitudine (basti pensare a Cronaca di una morte annunciata del 1981 e L’amore ai tempi del colera del 1985).

A novantatré anni dalla sua nascita, è bene ricordare l’uomo che ha dato voce a milioni di persone, che ha decretato una svolta nella letteratura e che, citando la prima pagina di El Espectador (il giornale per cui lavorò e scrisse le sue prime cronache) all’indomani della sua morte, rimarrà “inmortal”.


1 G. García Márquez, Cent’anni di solitudine.

2 M. Vargas Llosa, García Márquez: Historia de un deicidio, Barral Editores, Barcelona 1971.

3 F. Moretti, Opere mondo, Einaudi, Torino 1994.