gente in metro milano deserta pandemia

A febbraio di quest’anno, sulle nostre città è iniziata a calare una nebbia diversa…

INTRO

[Sottofondo consigliato: questa volta ognuno di noi avrà la sua personale compilation a disposizione…]

Chiudete gli occhi qualche secondo e concentratevi sui rumori che vi circondano, dal vicino col passo pesante al neonato che piange nella scala accanto, dall’abbaiare del cane del palazzo di fronte alle cornacchie che cercano uno spuntino nel giardino del condominio.

Per un attimo, provate a considerare tutti questi rumori come suoni, a seguirne il ritmo e la cadenza; provate a vederli come singole voci di una sinfonia urbana che vi circonda e si ripropone, ogni giorno, con alcune variazioni. Tornate con la mente a com’era diverse settimane fa e provate poi ad immaginare come sarà tra qualche mese.

Ora, con queste melodie nella testa, siete pronti per entrare in contatto con “Una nebbia diversa”, progetto foto-illustrato di Giulia Dal Bon e Camilla Spadaro.

RIT.

Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi. Il mio libro s’apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici.

Italo Calvino, Le città invisibili

PRESENTAZIONE

“La città è vuota, ma sembra popolata da fantasmi: i fantasmi delle vecchie abitudini.” – Camilla e Giulia

Vivere in una grande città è caos, rumore, gente, troppa gente, traffico e ancora rumore. O lo ami o lo odi, ma difficilmente lo ignori. Anche per questo la situazione di questi giorni è parsa tanto straniante. Niente caos, niente rumore, pochissime persone, coperte, fasciate nelle mascherine e nei guanti monouso, traffico sparito… silenzio.

A Milano ad esempio, luoghi familiari di cui avevamo appena iniziato a scoprire i segreti, come Piazza Duomo con la Basilica sepolta di Santa Tecla o gli affascinanti percorsi dei tram anni Venti, hanno cambiato improvvisamente volto.

Il progetto di Giulia e Camilla è nato quando ancora questo paesaggio stava appena iniziando a prender forma. Le città iniziavano a svuotarsi, le persone iniziavano a guardarsi in modo sfuggente, con timore e sospetto, cercando di capire, grazie a piccoli segni rivelatori, se chi era passato loro accanto poteva essere “pericoloso” o meno.

Entrambe studentesse all’Accademia di Belle Arti di Brera, da tempo pensavano ad un progetto in collaborazione; fin dal loro primo incontro durante il corso di Anatomia artistica.

Giulia proviene dal corso di Grafica e stampa d’arte, mentre Camilla ha iniziato il suo percorso figurativo al Liceo Artistico Nanni Valentini (presso la Villa Reale di Monza) ed ora frequenta il terzo anno di Nuove Tecnologie dell’arte.

INTERVISTA

Come è nato il vostro progetto?

Abbiamo sempre desiderato fare un progetto assieme, ma non abbiamo mai trovato il contesto per farlo. Questa è stata l’occasione giusta!

Tutto è nato dopo una serata che abbiamo trascorso a Milano, all’Ostello Bello, un luogo che solitamente la sera è molto affollato, ma che in quel momento era quasi deserto. C’erano pochissime persone e la solita tavola con il buffet per l’aperitivo mancava. É stato strano vedere quel posto, che solitamente è molto popolato, improvvisamente “vuoto” e questo ha fatto nascere in noi riflessioni. Le persone ancora non giravano con la mascherina, ma le strade iniziavano a svuotarsi, e stava nascendo una sorta di panico generale.

Quella sera stessa nasce l’esigenza di raccontare quello che sta accadendo… e il progetto prende la forma di un racconto foto-illustrato a quattro mani dal titolo “Una nebbia diversa”.

Il riferimento è alla scighera milanese (la nebbia, appunto), che si forma nelle giornate invernali, creando quell’atmosfera triste e fredda che, impedendoci di vedere con chiarezza, ci fa percepire un senso di vuoto.

La Milano di oggi, deserta e priva di vita ci rimanda un po’ a quell’atmosfera, evocandoci quelle sensazioni. È come se la città si fosse ricoperta di una nebbia diversa da quella alla quale siamo abituati.

bacio sulla pachina milano deserta pandemia

La scelta allora è stata quella di far vivere di nuovo la città addormentata. Catturare con la macchina fotografica (Camilla) un po’ di quella nuova foschia, fatta di vuoti e assenze, per poi diradarla, disperderla, con l’aiuto di una matita (Giulia).

Abbiamo utilizzato la fotografia perché volevamo documentare ciò che stava accadendo a Milano e mostrare come la città stava cambiando. L’utilizzo del disegno, invece, è stato un modo per esprimere la nostra personale visione della realtà.

I posti che abbiamo fotografato non erano semplicemente vuoti, ma erano segnati da un’assenza. Ed era proprio ciò che volevamo rendere visibile.

Il lavoro è poi proseguito, come per tutti noi, a distanza…

Sì, mentre eravamo in quarantena, ci siamo consultate spesso con videochiamate e messaggi per fondere al meglio queste due tecniche. Ci siamo divertite a immaginare assieme le persone che popolano la vita milanese.

turisti selfie in duomo nebbia milano deserta pandemia

Osservando il vostro lavoro le sensazioni possono essere diverse: chi ci legge nostalgia; chi scopre con rinnovato stupore che i luoghi non sono fatti solo di cose, ma anche e soprattutto di persone; chi rimane ancora colpito e turbato dal cambiamento. Diteci qualcosa di più a proposito dei temi su cui avete deciso di soffermarvi… cosa volevate far emerge dalla nebbia?

Il progetto parte dalla situazione in cui ci siamo trovati gradatamente immersi e siamo stati improvvisamente costretti a una regolamentazione della libertà individuale. Non ci è stata negata per sempre la libertà, ma le nostre vecchie abitudini sembrano essere rimaste intrappolate tra passato e futuro, come sospese in uno spazio irreale.

La nostra realtà quotidiana è stata sconvolta e questo isolamento ci ha aiutato a riconsiderare le cose che davamo per scontate, ogni piccola banalità che caratterizzava le nostre giornate: prendere un caffè in compagnia, pranzare fuori, scattare una fotografia, entrare in un negozio, prendersi per mano e fare una passeggiata. Mi fa sorridere il fatto che mi manchi persino ciò di cui mi lamentavo.

Ma se le fotografie documentano una situazione “in bianco e nero”, la parte grafica, tracciata con il colore bianco, pura luce che si staglia sul fondo annebbiato, lancia un messaggio diverso.

Il nostro intento era proprio quello di trasformare questa solitudine, questo isolamento, in rinascita.

Piccole e semplici scene di vita quotidiana alle quali prima magari non facevamo più molto caso, a causa dell’abitudine, acquisiscono così una forza enorme. Diventano spunti di riflessione, occasioni per vedere con occhi diversi come eravamo, come agivamo; non tanto per rimpiangerlo, ma più che altro per analizzarlo, capirlo, apprezzarlo e, laddove ce n’è bisogno, re-disegnarlo.

studenti a brera milano deserta pandemia

Parlando appunto di persone e luoghi, come avete scelto i soggetti e le ambientazioni?

Il nostro progetto è partito dal Duomo, abbiamo fotografato la piazza semideserta.

Successivamente abbiamo creato un elenco dei luoghi più caratteristici della città, poi abbiamo aperto Google Maps e abbiamo tracciato un percorso che potevamo percorre a piedi. Camminare, infatti, ti permette di notare meglio i dettagli. Abbiamo visitato diversi punti della città, li abbiamo fotografati tutti, ma ne abbiamo scelti solo alcuni.

Ad esempio i bambini che giocano attorno alla fontana in Piazza Gae Aulenti per rappresentare il divertimento e la libertà, Piazza Duomo e il turismo, Paolo Sarpi con le sue attività commerciali chiuse, l’Accademia di Brera per la cultura…

Nei disegni volevamo ritrarre i volti tipici della Vita Milanese: il businessman che prende la metro per andare al lavoro, una ragazza che legge un libro, le persone al ristorante, i selfie dei turisti, i bambini e gli animali.

bambini in piazza gae aulenti milano deserta pandemia

Ormai sembra che ci stiamo avvicinando ad una graduale ripresa, pensate che il progetto possa evolvere ancora?

Il nostro intento è quello di diffondere il progetto, ci piacerebbe poterlo espandere il più possibile perché in qualche modo è come se riguardasse un po’ tutti noi. I social ci stanno aiutando molto in questo e ci piacerebbe, una volta finita la quarantena, poterlo esporre in una galleria.

Ho visto che i vostri lavori, oltre ad un bel riscontro in termini di like, hanno anche ricevuto un riscontro positivo da parte di organizzazioni che operano nel mondo dell’arte contemporanea.

Sì, su consiglio di una nostra docente in Accademia, abbiamo partecipato ad un contest online organizzato da Biennolo e ArtCityLab. Il progetto è piaciuto e così è stato pubblicato e condiviso sulla pagina Instagram di Artcitylab.

Il digitale ha avuto un ruolo importante in questo vostro lavoro. Penso agli strumenti di lavoro, le videochiamate, la tavoletta grafica e la postproduzione delle fotografie, ma anche al suo essere veicolato attraverso le piattaforme social. Come vi rapportate a questa realtà, dal punto di vista artistico?

Oggi quasi tutto passa attraverso i social, anche l’arte. Positivo è sicuramente il potenziale di diffusione: il nostro progetto, in una situazione come questa non poteva essere conosciuto in altro modo. D’altro canto però, vedere un’opera attraverso uno schermo, rispetto che in presenza fisica all’interno di una mostra “nel mondo reale”, rimane qualcosa di diverso, soprattutto a livello di impatto. Quindi pensiamo sia importante mantenere un giusto equilibrio tra le due cose.

RIT.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, quello che abitiamo tutti i giorni. […] Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino, Le città invisibili

CHIUSURA

In conclusione mi sorge una curiosità. Abbiamo parlato molto del vostro progetto assieme, del lavoro in sinergia che vi ha unito, ma Giulia e Camilla, come artiste, da dove traggono la forza e l’ispirazione per fare arte?

Giulia. Mi piace osservare la realtà, e conoscerla in ogni suo particolare. Un’attività che mi dà sempre molta ispirazione è quella di entrare nei musei di arte: fortunatamente come studente dell’Accademia ho la possibilità di avere l’ingresso gratuito per alcuni musei, e per me è un pretesto in più per andare a farci visita. Osservare opere artistiche fa nascere in me riflessioni, e spesso mi dà la carica per rimettermi al lavoro e realizzare un progetto nuovo!

Camilla. Ciò che mi ispira maggiormente è la mia vita quotidiana: una discussione nata per caso con una persona, un luogo che ho visitato, un film, una lettura, un quadro, tutte queste esperienze mi portano a fare delle riflessioni e sono il motore della mia ispirazione.

ristorante in centro milano deserta pandemia


FONTS

Il progetto raccontato è visibile su Instagram:

– Camilla Spadaro on IG https://www.instagram.com/camyllss

– Giulia Dal Bon su IG https://www.instagram.com/giuliadal_bon

“Ritornelli” da I. Calvino, Le città invisibili, ediz. Mondadori 1993

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