Cicconi Rosa

Cosa vi devo dire? Che ne so, io? Lo conoscevo? Sì, da almeno cinque anni. Abitava di fronte a casa mia, ci salutavamo, ecco, sì, ci salutavamo da almeno cinque anni. Come si chiamava, mi chiedete? E io che ne so? Che domanda è questa, scusate? Ho detto che ci salutavamo, ma mica che ci parlavo. Che cosa mai avrei dovuto dirgli? E perché? Sono una persona educata, io, sissignore, ma non do confidenza, non mi metto a chiacchierare, con un uomo, poi.

Ma il saluto sì, perché non avrei dovuto salutarlo? Quella è educazione e io sono una persona educata.

Dicevo, sì, ecco, abitava di fronte a me e per almeno cinque anni l’ho visto fumare. Era quasi una compagnia. Pelavo le patate, lavavo i piatti, cuocevo il pollo e lui era lì, sul balconcino di fronte, a fumare. Il canarino dei Rossetti cinguettava, la Doriana teneva la radio a tutto volume e lui fumava. Una compagnia, quasi. Sapete, in cucina non ho la televisione, e guardare dalla finestra, era un po’ la stessa cosa: nemmeno mi affacciavo, guardavo così, con la coda dell’occhio e lui era lÏ, una certezza, a fumare, con il canarino che cinguettava con la radio della Doriana a tutto volume, Radio Italia, solo musica italiana, un’amica che ti tiene compagnia.

La mia compagnia, per almeno cinque anni, e non sapevano di farmela. Un uomo, una radio, un canarino. Probabilmente, se fossi morta, non se ne sarebbero neppure accorti, ma, per me era diverso: mi sarebbero mancati. Mi sarei sporta dalla finestra per cercarli, mi sarei distratta e, forse mi sarei tagliata con il coltello o avrei dimenticato di aggiungere il sale.

Insomma, torniamo a lui, sono vecchia, divago, ma Ë che sono quasi sempre sola e sono così abituata a parlare con me. Carlo, dopo cinquant’anni Ë come parlare con se stessi, un infinito monologo senza capo nÈ coda. Torniamo a lui, dicevo. Interrompetemi pure, se pensate che il mio ragionamento perda di senso. Fumava sul balconcino. Intorno alle dieci e trenta, le undici. Fumava le gauloises. Sempre quelle. Riconosco il pacchetto. Anche mio padre fumava le gauloises.

Lo teneva sempre nella tasca sinistra con l’accendino. Un accendino anonimo, piccolo verde sbiadito. L’ho visto fumare per almeno cinque anni, sempre più o meno la stessa ora, che Ë la stessa in cui inizio a cucinare. Con il sole, la pioggia, le nuvole, il vento anche la neve, ve la ricordate tre anni fa? Quanta ne è caduta! Arriva a coprire anche quei tettini dei garage, li vedete? Era tutto bianco, che spettacolo!

Ecco, ritorno a lui. Aveva quasi sempre la vestaglia. Marrone, color cammello, con il risvolto bordeaux e delle pantofole di pelle scura. Quella vestaglia gli sembrava cucita addosso, come se fosse parte di lui. La indossava anche sopra i vestiti, ma non d’estate. D’estate era sempre in maglietta e pantaloncini, sempre dello stesso tipo. Color cachi pieni di tasche, e, in quella sinistra, il pacchetto di galouoise.

Mi piaceva il suo rito della sigaretta, mi faceva pensare a mio padre. Sempre gli stessi gesti, sempre quelli. A volte mi ritrovavo a pensare: e se un giorno non ci fosse, cosa farei?

Mica posso citofonargli e chiedergli: Signor x perché non fuma stamattina? Sa, sono abituata a cucinare con lei che fuma, e, adesso che non la vedo, beh? Mi distraggo e
non pelo le patate come dovrei. Sembra un discorso normale, il mio, o da pazza da rinchiudere? Avrei dovuto telefonarvi quella mattina del dodici Aprile? Il signore che abita di fronte a me, sapete, sono almeno cinque anni che fuma sempre alla stessa ore, dieci e mezza, undici, le sue galouoises e oggi… nessuna sigaretta, sapete? Non so nemmeno come si chiama, non mi Ë mai venuto in mente neanche di presentarmi, e perché, poi?

Cosa ci saremo mai potuti dire, una vecchia come me, settantasette anni suonati e un uomo di cinquanta, l’et‡ di un figlio, se ne avessi avuto uno, ma non ne ho avuti e non avrei nemmeno parole da dirgli, mi faceva compagnia, nemmeno potrei dire che lo aspettavo, sapevo che c’era e mi bastava. Una compagnia. E oggi?

Ma mi sto ripetendo, scusate, chissà da quanto parlo a vanvera, e voi, siete così gentili che non mi interrompete, non mi interrompete mai, come Carlo, che non mi parla più, perché Ë sordo e perché ci siamo già detti tutto e ci basta così poco e non ce ne accorgiamo nemmeno che non ci parliamo, non è per cattiveria, Ë l’abitudine. Allora, fumava anche un mese, anzi no, anche tre mesi fa, ma in modo diverso. Il suo modo di fumare stava cambiando. Anch’io, guardandolo, senza accorgermene, diventavo nervosa. Fumava arrabbiato. Boccate piene di fumo, veloci, senza alcun piacere.

Una sigaretta dietro l’altra. A volte anche tre di fila. Senza rilassarsi. Camminava su e giù, come un animale in gabbia. Gesticolava anche, un poco, come a voler riprendere un dialogo interrotto troppo bruscamente. Era come se volesse spiegare qualcosa a qualcuno e non ci riuscisse mai. Come se avesse poco tempo, al massimo tre sigarette. Poi chiudeva la porta finestra rassegnato, ed entrava dentro. Mi faceva male vederlo così. Gli era cresciuta la barba e la mano tremava, quando teneva la sigaretta.
La moglie, mi chiedete? Lei non mi faceva compagnia, ma la salutavo lo stesso. Sono una persona educata, mi sembra di averglielo spiegato. La vedevo poco e, a dirla tutta, mi era pure antipatica.

Perché lo faceva fumare fuori, quel poveraccio di suo marito? Un uomo non Ë libero di fumare a casa propria? Deve gelarsi per una boccata di fumo? A volte, gliene dicevo quattro, tra me e me, che una brava moglie deve anche avere un po’ di pazienza e rispettare il marito, che basta uscire dalla stanza se proprio ti d‡ tanta noia e aprire una finestra, che se fumava quando si sono conosciuti, non poteva mica obbligarlo a smettere. Poi lei, infallibilmente, tornava sul balconcino con scopa e paletta e spazzava via tutta la cenere. A quel punto erano già le undici e mezzo e sapevo di dover mettere l’acqua sul fuoco.

Strano, con lei, che mi era antipatica, chiacchieravo all’infinito, a lui, invece, non dicevo niente. Mi faceva compagnia.

La moglie? In questi ultimi tre mesi? Uguale, come sempre. Anzi, ora che mi ci fate pensare, qualcosa di diverso c’era pure in lei. Non faceva che guardarsi intorno. Come se avesse paura di essere osservata, spiata. Puliva in fretta e furia, si sporgeva un poco per dare un’occhiata intorno, e spariva dietro la porta.
Un’altra cosa. Ecco, forse Ë una cosa stupida. Non li ho mai visti insieme. Nemmeno una volta. Nemmeno per strada. Salutavo lui, salutavo lei, sapevo che erano sposati, ma non li ho mai visti insieme. Nemmeno una volta. Nemmeno sul balconcino.

E ora lui è morto e lei è scomparsa.
Si è buttato, quel dodici Aprile, l’ho visto. Non è vero quello che vi ho detto prima, che un giorno non Ë venuto, io ho visto.
Un gesto pulito, senza esitazioni.

Stavo tagliando le carote a rondelle per il minestrone, in quel momento. Alla radio della Doriana c’era una canzone di Pino Daniele, una canzone di qualche anno fa: Tu dimmi quando, quando. Buffo, sembra un po’ la domanda che mi state facendo: quando? Ecco. Ora ve lo dico.

Tagliavo le carote a ritmo di musica. Poi, con la coda dell’occhio, lo guardavo calcolando che era già arrivato alla terza sigaretta e che aveva fumato pi˘ velocemente del solito. Gesticolava, stava cercando di spiegare sempre quel qualcosa che a lui doveva sembrare importante. La cenere era rimasta tutta sulla sigaretta che era quasi finita.

Chissà se anche lui parlava alla moglie, come a volte faccio io? Forse voleva dire che si era stufato di restare sempre fuori e che, in fin dei conti, quella era anche casa sua. Fatti valere, gli dicevo, spiegati con lei, non Ë poi tutto questo gran problema, lei non ha tutte le ragioni. Questa volta mi ero accorta che stavo parlando a lui, per la prima volta, anche se, ovviamente, non sentiva.

Mi ero così concentrata su quello che doveva dire a lei e su quello che lei gli avrebbe contrapposto, da dimenticare completamente di accendere il fuoco del mio minestrone. Fu un attimo. Il tempo di prendere l’accendigas dalla cappa della cucina, schiacciare due o tre volte il tasto dell’accensione perché il gas stava finendo, che l’ho visto mentre scavalcava la ringhiera del balconcino e si gettava giù. Senza esitare. Come una molletta dei panni quando stendi che si rompe perché Ë di plastica, e cade. Conti: uno, due ecco, è scivolata, spiaccicata a terra. Un puntino colorato sul marciapiede.

Non ha nemmeno urlato. La sua ultima galouoise.

Perché non ho telefonato, perché non ho detto nulla anche quando sapevo che sospettavate un omicidio? Non lo so dire chiaramente. È che non volevo accettarlo, non ci volevo pensare. Mi faceva tanta compagnia e non lo sapeva neppure.

Come una molletta di plastica. Che scivola dalle mani e si rompe sul marciapiedi.


L’autrice

Sara Spataro 

Sono nata ad Alessandria il 26 gennaio 1972. Vivo a Livorno dall’79. Sono laureata in lettere, ho un marito e due figli. Ho lavorato come conduttrice televisiva su Telegranducato dal 1999 al 2008 circa.
Mi piace la Natura, ho due cani e come hobby il giardinaggio e colleziono piante grasse.

Immagine

Cicconi Rosa 

Ancora, Cicconi Rosa ci dona il volto di un racconto inedito e ricco di originalità.

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