illustrazione di cicconi rosa

La odiavo.

Quella maledetta vecchia.

Guidavo isterica il carrello della spesa, nel supermercato semi-deserto. La lista degli oggetti da comprare era quasi finita. Sempre le stesse schifosissime cose: stelline, crema da neonato, carne di tacchino, pannoloni, prugne senza nocciolo e biscotti digestivi.

Lei aveva solo me, la badante ucraina di fiducia, e io, la odiavo.

L’idea di ucciderla mi venne all’improvviso, in quel tiepido giorno di inizio primavera. Fu proprio la cassiera a fornirmela.

“Vuole fare i punti per questo splendido coltello da cucina?” Chiese al cliente in fila davanti a me.

“No, non devo mica uccidere nessuno.” Scherzò lui imbustando i suoi quattro acquisti.

“Mi dia i bollini.” Le dissi quando fu il mio turno.

“Ogni 10 euro di spesa, un bollino. 20 bollini e avrà il coltello. La raccolta punti termina il 25 Marzo.” Ripeté forse, per  la centesima volta.

Volevo quel coltello. Volevo uccidere la vecchia con quel coltello. L’idea mi piaceva,  anzi, dava un senso alla mia vita.

Iniziai a fare la spesa ogni giorno. Cercavo di spendere sempre un po’ di più del necessario: una pera, una fettina di tacchino, una rosetta di pane. Tutto poteva fare la differenza, tra un bollino in più o in meno.

Il coltello era bellissimo, il manico robusto di radica di  noce e la lama lucida, affilata. Lo sognavo che affondava in quel corpo molliccio e rancido, per riemergerne vincitore e rosso. Sarebbero bastati due o tre colpi decisi e ben assestati. Iniziai a tenere un diario per segnare gli acquisti e calcolare quando e cosa comprare. Era come l’attesa di una vigilia.

Finalmente, aspettavo qualcosa.

Il diario, dopo tutti questi anni, è ancora con me, ben custodito. Lo sfoglio con cura meticolosa.

7 Marzo,

un kg. di pere, due confezioni di marie, crema idratante, due fettine di tacchino, totale € 10,09. Solo io so cosa si nasconde dietro quegli acquisti.

12 Marzo,

quel giorno esagerai: mi spinsi fino a 10.50 euro, a causa di certi formaggini.

La raccolta punti mi piaceva moltissimo.

Lei, completamente rimbambita, iniziò, non so come, ad avere paura di me. Non avevo fatto nulla di strano, rispetto al mio solito. Sì, ogni tanto la sbatacchiavo sul letto, o le ficcavo la testa sotto il rubinetto, ma ero stanca, e lei, così agitata… Tanto quella non parlava, e i segni si potevano coprire con un dito di crema. Non aveva figli, né marito. Soltanto un nipote che viveva in un’altra città e che vedevo solo una volta a fine mese. Lui voleva pagarmi in contanti. In tutti quegli anni, non mi aveva fatto alcun contratto. Lavoravo in nero senza  alcuna sorveglianza. L’unica cosa che controllava con cura maniacale, erano gli scontrini di cui gli dovevo rendere conto.

Avrei potuto uccidere la vecchia tranquillamente, quel giorno stesso, se volevo. Ma mi piaceva l’idea dei punti, del coltello, della pazienza che ci voleva per procurarselo.

Ero diventata una zitella, per badare alla vecchia. La assistevo 24 ore su24, sola, completamente sola.

Conoscevo i meandri del suo corpo rinsecchito più del mio: la lavavo, le cambiavo i pannoloni, la asciugavo, la massaggiavo, la pettinavo, la vestivo, la svestivo, la accompagnavo dal dottore con la sedia a rotelle, la picchiavo, la chiamavo schifosa merdosa puzzolente, la schiaffeggiavo se vomitava i biscotti o rigurgitava la minestra.

Botte, botte, botte.

Lei si copriva con la mano e piangeva in silenzio, tanto, non c’era nessuno a sentirla.

Quando arrivava il nipote, lo guardava con certi occhi. Erano anni che non parlava più. Sembrava uno di quei cani rognosi che si grattano la schiena spelacchiata in un canile fatiscente. Nessuno li avrebbe mai adottati, brutti, vecchi e malati com’erano. Il  nipote, non la guardava mai, mi pagava 600 euro e chiudeva frettolosamente la porta. Odiavo anche lui, ma era più forte, era sano e giovane e sapeva difendersi. No, meglio concentrarsi sulla vecchia.

Sfoglio ancora il mio diario. E’ l’unica cosa che posso dire mia. Le ore qua dentro sono infinite, come il mio odio.

23 Marzo,

mi mancavano solo due bollini, ma non potevo spendere 20 euro tutti in una volta. Decisi di fare come al solito, comprai due pere, una confezione di prugne, una fetta di tacchino, un bagnoschiuma neutro. Spesi 10.80 euro.

Sarei tornata l’indomani.

Con la mente accarezzavo l’idea del coltello, di portarmelo a casa, di liberarlo dall’involucro di plastica e cartone, di appoggiare l’indice sulla lama, di specchiarmici un attimo e poi, senza esitazione, affondarlo in quel corpo tanto conosciuto ed odiato.

La vecchia se ne accorse. In un modo tutto suo, con l’istinto di sopravvivenza di uno stupido animale. Pianse tutta la notte, emetteva rantoli e guaiti orrendi. Si rigirava nel letto, agitava le gambe rachitiche. Non la sopportavo. Le mollai quattro sonori ceffoni con il dorso della mano. Sanguinava ad un angolo della bocca, ma non fece più casino. Chiusi la porta e mi addormentai.

Arrivò finalmente la mattina del 25 Marzo. Avevo riposato bene, ero di ottimo umore, come non mi accadeva da tempo. Avevo fretta, ma dovevo fare come sempre: lavare la vecchia, cambiarla, vestirla e uscire.

Lei tremava. Non aveva più il coraggio di urlare. Feci tutto in modo professionale, anzi quasi allegramente.

Sapevo a memoria cosa avrei comprato. L’ultima spesa. Una scatola  di biscotti, due vasetti di yogurt magro, una confezione di pannoloni. Per un totale di 10  euro netti.

Mi avvicinai alla cassa in uno stato di euforia: il coltello, il coltello, il coltello…

“Spiacente, sono terminati. Sono andati letteralmente a ruba. Pensi, ieri ce n’erano 20, e in meno di mezzora, li abbiamo dati via tutti. Se solo fosse venuta un giorno prima, o all’apertura del supermercato…”

“E per avere il coltello?”

“Oramai l’articolo è esaurito, al suo posto, potrà ritirare un set di 6 tazzine e una piccola moka.”

Ero annichilita.

Tornai a casa e, senza tanti discorsi, presi il solito coltello da cucina e lo piantai nel corpo della vecchia, finché non la uccisi. Sangue dappertutto, ma non ero soddisfatta: non era la stessa cosa: ci ero rimasta davvero male, tutti quei punti non erano serviti a niente.

E poi, non bevo nemmeno il caffè.

Sono passati anni, da quel giorno. Mi trovo in un luogo chiuso, triste di righe metalliche. Sono sola, con il mio diario. Ogni tanto lo sfoglio e fantastico.

Sto lentamente perdendo la memoria. I giorni, le parole, le azioni sono sempre più confusi. Parlo molto poco, a fatica. Non cammino più.

Mi sembra di vedere intorno a me sempre lo stesso viso, una che mi lava, mi mette il pannolone, mi imbocca. Mi odia. Forse.


L’autrice

Sara Spataro

Sono nata ad Alessandria il 26 gennaio 1972. Vivo a Livorno dall’79. Sono laureata in lettere, ho un marito e due figli. Ho lavorato come conduttrice televisiva su Telegranducato dal 1999 al 2008 circa. Mi piace la Natura, ho due cani e come hobby il giardinaggio e colleziono piante grasse.

L’immagine

Rosa Cicconi

Nata in un piccolo paesino delle marche nel 2000, ha iniziato a disegnare perchè le piaceva vedere le persone emozionarsi davanti alle sue opere, ne ha fatto la sua attività. Non è solo una creativa e una illustratrice, ma si è dedicata anche a rendere reali le sue creature. Tipografa e art designer è in grado di produrre dai gadget ai libri. Il tutto rimanendo la ragazza della porta accanto che tutti vorrebbero conoscere.  

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