munch sera sul viale karl johan ansia sociale
Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan (1892) Museo d'Arte di Bergen

Questo articolo è frutto dello stesso argomento di cui tratta, l’ansia da prestazione.

Avevo in progetto un contenuto di tutt’altro tipo, un’intervista ad una ragazza espatriata qualche anno fa in Gran Bretagna, di preciso a Londra, e tutt’ora residente lì. Avrei trattato della sua esperienza, di cui abbiamo parlato a lungo, a novembre, in una conversazione Skype a tratti seria a tratti decisamente divertente. Gli inglesi possono risultare molto efficienti, ma talvolta pure molto “strani”, agli occhi di noi italiani.

E poi c’era in ballo la questione della Brexit. Ai tempi solo una prospettiva ancora così poco definita da essere carica tanto di speranze quanto di paure, oggi una realtà che si è finalmente svelata nella sua concretezza e che, per chi come me lavora nelle spedizioni o più in generale nell’ambito dei rapporti con l’estero, ha avuto conseguenze direi abbastanza importanti.

Poi cosa è successo? Beh, è emerso un problema. Un problema semplicissimo a dirsi, ma parecchio complicato da superare: ero talmente carica, io stessa, di aspettative su questa intervista da auto-provocarmi un cortocircuito mentale fatto di voglia di fare-ansia di fare-mancanza di azione-senso di colpa.

Visto, a dirsi è davvero semplice! Ma come sbrogliare la matassa?

Ansia da prestazione, una definizione

Siamo ormai talmente a nostro agio con il web, che la prima cosa che mi è venuto spontaneo fare è stata andare su Google.

Non so ancora se la colpa sia dei cookie, della cache del browser o solo del caso, ma scrivendo solo la parola ansia l’ipotesi “da prestazione” sta proprio in cima ai risultati suggeriti dal guru del sapere. Addirittura sopra ad “ansia da covid”, un bel risultato considerato in che periodo ci troviamo.

Ovviamente sono subito andata a cercarne una definizione, seguendo il famoso detto che per superare un problema bisogna innanzitutto conoscerlo.

“L’ansia da prestazione consiste nel timore del manifestarsi di una difficoltà nei più svariati ambiti (lavorativo, scolastico, relazionale, sessuale e sportivo), da parte di un individuo che ritiene assolutamente indispensabile il successo o il raggiungimento di un obiettivo in tali situazioni.” 1

Una definizione che definirei – scusate il gioco di parole – parlante.

Di chi è la colpa?

Ciò che mi ha ulteriormente colpito sono gli ambiti interessati dall’ansia da prestazione, ossia quello lavorativo/scolastico, quello relazionale e sessuale e quello sportivo. L’ansia da prestazione riguarda quindi generalmente momenti sociali, condivisi con altri, nonostante la definizione imputi in prima battuta il suo generarsi all’individuo stesso che ne è soggetto. Semplificando, sono io che creo il problema, ma è l’esistenza degli altri che mi rende possibile concepirlo.

Così ho deciso di cercare di capire, nel mio caso specifico, chi sono questi altri “colpevoli”.

La persona intervistata sicuramente, nonostante non abbia fatto o detto nulla per provocarmi questa ansia.

La redazione di Fernweh? Forse. Ma forse ancor di più i lettori. Eh sì, cari lettori, pochi o tanti che siate, voi di certo siete parte in causa!

Il decalogo mentale è proseguito fino ad arrivare in maniera surreale fino ai pelosi di casa. Poi però sono dovuta tornare nell’ambito del sensato e riconoscere che, da persona egocentrica quale sono, la genesi prima di questa ansia ero io stessa.

Egocentrismo a parte, Aristotele nel libro I della Politica definisce l’essere umano come animale sociale, concependo quindi la dimensione politico-sociale come pertinente «per natura» all’uomo.2 Una soddisfazione istintiva di un bisogno, quindi. Questa concezione che si è evoluta nei secoli, arrivando fino al Seicento, affiancata anche ad altre correnti di pensiero che invece tendevano a dissociare la dimensione politica da quella sociale.

Poi nel Seicento correnti di pensiero “capitanate” da filosofi come Hobbes, imputano le nostre relazioni con gli altri non ad un bisogno istintivo, ma piuttosto ad “un ragionamento e a un calcolo di vantaggi: una socialità pacifica offre infatti all’individuo le maggiori opportunità di sopravvivenza. L’uomo è invece per natura «lupo per l’altro uomo», un essere egoisticamente concentrato su sé stesso, spinto da pulsioni aggressive e competitive.” 2

Ecco, permettetemi di dire che Hobbes mi ha appena sollevato il morale in merito alla questione dell’egocentrismo!

Animali sociali votati all’Ansia

Rimane il fatto che il pensiero dell’uomo come individuo in una qualche relazione con altri individui continua comunque a persistere, che sia per natura o per calcolo razionale.

Gli altri sono quindi per noi una parte imprescindibile e forse è proprio da questa situazione che l’ansia da prestazione acquisisce la sua forza. Che sia per l’istinto o la ragione o – adesso ci metto qualcosa di ottimistico e positivo! – per il fatto che a questi altri spesso vogliamo bene, non possiamo fare a meno di interiorizzarli e includerli nei nostri pensieri e di conseguenza anche nelle nostre paure.

L’ansia da prestazione potrebbe in qualche modo essere la testimonianza del fatto che degli altri abbiamo bisogno, che sono parte di noi.

Sta poi ad ognuno di noi concepire questa “dipendenza” come positiva, capire che non siamo soli e da questo trarre la forza necessaria a reagire all’ansia da prestazione, oppure optare per una visione pessimistica che vede gli altri come ostacoli antagonisti e restare schiavi dell’ansia.

Auguro a tutti voi di riuscire ad optare per la prima ipotesi.

Cosa ho scelto io, invece, lo scoprirete solo continuando a seguire Fernweh!


FONTS

Immagine di copertina: Edvard Munch, Sera su viale Karl Johan (1892), Museo d’Arte di Bergen

1 www.my-personaltrainer.it › Psicologia › Sintomi › Ansia

2 Enciclopedia Treccani, Dizionario di Filosofia, voce Società

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